Diteci quante tasse paghiamo
Jul 24th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Fisco, Servizi generaliLA PRIMA TRASPARENZA
Fiscalità diretta sul lavoro, contributi, enorme tassazione indiretta sul consumo medio, accise, operazioni una tantum, addizionali regionali e comunali, tasse di scopo, duplicazioni private degli insoddisfacenti servizi pubblici (sanitari, scolastici, logistici). Quanta fetta di reddito sparisce dalle tasche degli italiani? Invece di discettare sulla politica di Trichet, si dia una risposta a questa domanda. E anche un urgente rimedio
di Davide Grignani
L’articolo del neo-rettore della Bocconi Guido Tabellini, apparso sul Sole 24Ore di domenica 6 luglio, è una vera boccata d’ossigeno nella perdurante tempesta “monetarista” che ci sovrasta da mesi!
Da molto tempo, e spesso invano, ho cercato di creare se non il consenso almeno la consapevolezza della linea di pensiero enunciata così chiaramente dal professor Tabellini: come lui, sono fortemente convinto che stiamo tutti concentrando troppa attenzione mediatica, risorse, e azioni nella direzione sbagliata, insistendo a curare il malato con medicine inutili e persino dannose.
Certo, lungi dal sottoscritto disconoscere a Trichet e alle banche centrali la funzione essenziale di usare gli strumenti a loro disposizione per gestire le aspettative dei mercati e le masse monetarie. Tuttavia la sequenza di rialzi dei tassi della BCE - oltre a quanto già puntualizzato nell’articolo - è un meccanismo che tutti gli operatori finanziari scontano nei loro arbitraggi neutralizzandolo con impatti finali contradditori: il rialzo dei tassi sull’euro continua a far crescere il valore della nostra moneta contro il dollaro amplificando poi l’hedging di quest’ultimo contro il brent, questo poi correlato ad altre posizioni lunghe sulle materie prime e quindi - back to square one - con un ulteriore impulso inflattivo su materie importate dalla UE e in particolare dal nostro Paese.
Allo stesso modo cresce il costo della raccolta degli operatori creditizi, già compressi dal liquidity crunch: questo rincaro li costringe a ricercare il rispetto delle regole di capitalizzazione e redditività, sia riducendo la quantità di credito totale disponibile per le nostre imprese, sia aumentando il costo del credito residuale disponibile. Ne conseguono rate di ammortamento molto più care, accompagnate da una forte pro-ciclicità dei nuovi rating di Basilea II, con conseguente effetto subprime anche sull’economia delle imprese industriali, soprattutto le medio-piccole.
Ci troviamo così alla fine con maggiore inflazione su beni primari importati dall’estero e una trasmissione amplificata della crisi bancaria al sistema dell’economia reale, con inevitabili impennate di default delle imprese industriali e impatti ulteriormente recessivi. Magnifico: un vero disastro!
Non sono molte le persone di pensiero e peso che hanno la lucidità e la forza di insistere sul fatto che il governo (dopo la solita fiammata elettorale) “deve fare il suo mestiere” e cioè intervenire sul “G” di keynesiana memoria (Government) in modo rapido ed efficace e - solo allora ma al più presto - diminuire una pressione fiscale ormai paradossale.
Parte dello scandalo
Nel citato articolo - correttamente - si fissa l’attenzione sul reddito da lavoro dipendente: ciò rappresenta invero una sola parte dello scandalo. Varrebbe infatti la pena che venisse divulgato ai media nazionali un semplice indicatore della pressione fiscale globale effettiva sulla classe media italiana. Da cui fosse poi determinabile il Net Disposable Income, cioè l’effettivo reddito disponibile di cui la classe media italiana effettivamente dispone per riuscire - detto nel termine più diretto e brutale - a sopravvivere, al netto della fiscalità diretta sul lavoro, dei contributi, dell’enorme e cresciutissima tassazione indiretta sul paniere di consumo medio, delle addizionali Irpef, delle accise, delle operazioni una tantum, degli aggravi fiscali (addizionali comunali, regionali, tasse di scopo, etc), delle duplicazioni private dei servizi sanitari, scolastici, logistici e così via. Il servizio reso dal settore commercio al consumatore italiano a partire dal 1999, interpretando il cambio euro-lira a 1000 lire, ha fatto il resto.
Settore pubblico
Si vedrebbe con ciò quanto sia divenuto letteralmente impossibile per le famiglie italiane la missione di poter far fronte con investimenti e consumi al “moloch” del settore pubblico, allargato e “consulenziato” a perimetri sempre crescenti, ormai in controllo di ben oltre il 50 % del GNP, a produttività secolarmente negativa e spesso, come sappiamo, semplicemente “distruttiva”. Come abbiamo voluto raffigurare nel grafico (pubblicato in ultima pagina . n.d.r.), solo con un alleggerimento drastico del peso della spesa pubblica realizzato attraverso un’amministrazione molto più leggera ed efficiente, possiamo ritrovare lo spazio per una vera riduzione della pressione fiscale, riduzione benefica sia per la domanda che per l’offerta.
La situazione “net-net” delle risorse ufficiali ed oneste di questo paese è ridotta in realtà ad un lumicino esangue: siamo sul baratro da tempo, ma si continua a discutere di Trichet e delle varie correnti monetariste riempendo i giornali di intere pagine. Un esercizio assai più semplice e astratto che andare ad incidere sulle spese correnti dell’apparato pubblico con provvedimenti urgenti su centinaia di migliaia di sprechi, scontrandosi con le caste, con l’impopolarità politica, con i sindacati, con le ideologie preconcette, con il giornalismo superficiale, con le molte Santa Rita etc. Sicuramente però si sta giocando troppo a lungo col fuoco.
E’ per questo che dobbiamo essere grati a chiunque si faccia voce forte e autorevole di un messaggio chiaro, forse spiacevole e impopolare per alcuni, ma nell’assoluto interesse di tutti gli italiani onesti e per un futuro dignitoso dell’intero paese. Il cambiamento - come inteso da CIVICUM - passa attraverso mille piccoli eventi virtuosi attuati ogni giorno da milioni di persone attente e civilmente impegnate.
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