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Comunicazione pubblica

Palermo bifronte: un bilancio, due letturedi GIANNI DE FELICE

mar 5th, 2009 • Categoria: Comuni, Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Controllate, Newsletter, Primo piano

Gian Antonio Stella scrive: “Il grande buco dei conti di Palermo”. Il sindaco Cammarata risponde: “I nostri conti sono in ordine”. Com’è possibile?

Conforta constatare che grandi giornali come il Corriere della Sera e il Sole24ore affrontano, con attenzione e frequenza sempre maggiori, il tema dei bilanci degli enti locali. Significa che Civicum non abbaiava alla luna, quando cominciò ad occuparsi delle amministrazioni dei grandi Comuni e della gestione delle loro partecipate, intuendo margini ancora vasti di miglioramento in termini di efficienza, economia e chiaro rapporto con i cittadini . In questo risveglio dell’informazione quotidiana – merito anche di Civicum osiamo pensare – si inserisce un caso meritevole di segnalazione. Quello della polemica fra Gian Antonio Stella, un giornalista informato dei fatti, e Diego Cammarata, il sindaco di Palermo che i fatti nella fattispecie li ha fatti.

La settimana scorsa, sulla prima pagina del Corrierone appare questo titolo, non vistoso ma di inequivocabile essenzialità: “Il Grande Buco dei Conti di Palermo” . Segue, condito con l’abituale ironia veneziana del co-autore della “Casta”, un articolo zeppo di non meno essenziali cifre. Dice che il buco “richiederebbe una toppa immediata di almeno 200 milioni di euro”. Riferisce che la Corte dei Conti ha appena chiesto al Comune di Palermo “chiarimenti su un mucchio di cose: dai 26 miliardi di debito fuori bilancio nel 2007 all’abnorme versamento di 247 milioni alle società partecipate”. Sintetizza: “Su 866 milioni l’anno di spese correnti, il Municipio di Palermo ne scuce 623 (il 72%) per pagare 21.895 dipendenti”. Calcola: i dipendenti comunali di Palermo sono “ottomila più di dieci anni fa. Un po’ diretti, un po’ precari stabilizzati nelle aziende partecipate. Media: un dipendente comunale ogni 30 abitanti”. Analizza costi, qualità ed efficienza del non brillantissimo sistema palermitano di nettezza urbana, concludendo: “Uno spazzino ogni due chilometri di strada da pulire: primato planetario”.

All’indomani sul Corrierone appare, vistosamente impaginata su sei colonne, una lettera del sindaco di Palermo intitolata “Cammarata: i conti di Palermo e i precari”. Il sindaco contesta subito l’esposizione “di Palermo a una lettura non corretta dei dati del suo bilancio”. Denuncia che “la situazione dei precari a Palermo è una realtà che ha trovato concretezza quasi vent’anni fa e con la quale è impossibile non fare i conti”. Ricorda che l’ammucchiata dei precari venne fatta prima della sua elezione, ma rivendica “la scelta di stabilizzare questi precari… e di inserirli efficacemente all’interno del sistema produttivo comunale”. Operazione non sempre riuscita, dal momento che egli stesso confessa qualche dubbio, scrivendo un po’ sibillinamente: “Non avrei mai potuto accettare di mettere sulla strada migliaia di persone, anche se alcune di queste dovrebbero imparare ad acquisire maggiore dignità di lavoratori”. Ma lapidaria resta l’affermazione: “Nonostante questo, non esiste alcun buco. I nostri conti sono perfettamente in ordine”.

Non sorprende la risposta di Gian Antonio Stella: “Ma se Palermo è così virtuosa e i conti sono così in ordine perché Cammarata batte cassa?”
Non sorprende la cultura – radicata non solo a Palermo e non da ora – della pubblica amministrazione come strumento di soccorso sociale (o clientelismo politico) in favore di pochi, più che come garanzia di servizi economici ed efficienti in favore di tutti.
Non sorprende la discussione sull’amministrazione comunale palermitana dal momento che anche al vaglio dell’analisi comparata dei bilanci di 23 Comuni italiani di Civicum-Politecnico, Palermo – cui va riconosciuto comunque il merito di avere accettato l’analisi, diversamente da Catania e Messina che si sono sottratte – non si è classificata ai primissimi posti.

Ma bisogna riflettere – visto che non è una sorpresa neanche questa – sulla realtà di un bilancio che può essere indifferentemente catastrofico per un giornalista e perfettamente in ordine per un sindaco. Sulla intrinseca labilità di cifre che consentono di dire Bianco e Nero, Bene e Male, Giusto e Sbagliato con pari sicurezza. Di fronte a tecniche che consentono un così spiazzante bifrontismo, appaiono purtroppo giustificati il disorientamento dell’opinione pubblica e l’ondata di sfiducia, che hanno globalmente travolto e devastato tutto il mondo della finanza pubblica e privata, bancaria e comunale.

E appare ancor più fondata, necessaria, urgente la proposta di Civicum per un bilancio comunale standard, semplice ed eguale per tutti, soprattutto comprensibile ai cittadini. Con il bilancio “modello Civicum” – che il Comune di Reggio Emilia intende adottare e che Civicum mette a disposizione di tutti i Comuni – questo caso non ci sarebbe stato. O Stella non avrebbe potuto scrivere il suo articolo, o Cammarata non avrebbe potuto scrivere la sua risposta.
A chi non piace questa soluzione? E perché?

Unindustria e Legacoop con Civicum per Bolognadi ELENA DI FAZIO

mar 5th, 2009 • Categoria: Comuni, Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Newsletter, Primo piano

Accordo per l’evento, che sarà organizzato con la collaborazione del Comune

Civicum presenta a Bologna il “Rapporto Civicum per la città di Bologna”, un approfondimento dello studio effettuato sui bilanci dei 23 principali comuni italiani in collaborazione con il Politecnico di Milano.

L’obiettivo è di rielaborare l’analisi sullo specifico caso bolognese, facendo emergere le scelte allocative dell’amministrazione, evidenziando le politiche cui vengono destinate maggiori risorse e le diverse pratiche gestionali. A completamento dell’analisi saranno presentati dei focus tematici su alcuni servizi chiave: all’infanzia, agli anziani, trasporti e sicurezza, con particolare attenzione all’efficienza nell’erogazione dei servizi e alla loro efficacia.

L’idea è stata accolta con interesse e condivisa da due soggetti fra i più rappresentativi del tessuto sociale e produttivo bolognese: Unindustria Bologna, l’associazione che rappresenta e tutela le imprese del territorio, e Legacoop, che rappresenta le cooperative associate, co-sponsor dell’evento. Ci pare particolarmente rilevante questa collaborazione, già verificatasi in altre occasioni e ormai consolidata, segno tangibile della volontà delle due organizzazioni di collaborare e di porsi al servizio della collettività.

In questo quadro si è inserita la convinta partecipazione del Comune e, in particolare, dell’Assessore al bilancio, dott.ssa Paola Bottoni, che ha contribuito alla realizzazione della ricerca fornendo il necessario supporto informativo e ha accolto positivamente l’idea della presentazione e discussione pubblica dei dati. Ci sembra opportuno sottolineare come l’amministrazione di Bologna abbia compreso l’importanza dello studio e ancor più della presentazione, al di là degli aspetti puramente tecnici, come un primo importante passo per avviare un migliore rapporto con i cittadini e per una maggiore responsabilizzazione del proprio staff. La presentazione dei dati sarà infatti l’occasione per confrontarsi su temi di stringente attualità: le modalità di rendicontazione dell’amministrazione locale nei confronti dei cittadini, le scelte politiche e strategiche che soggiacciono a quelle gestionali, il livello di efficienza ed efficacia dei servizi erogati, a partire dalle tipologie maggiormente rilevanti per la vita quotidiana dei cittadini.

Il caso di Bologna e le sinergie che si sono sviluppate rappresentano un modello virtuoso: un’amministrazione ricettiva, pronta a raccogliere le sollecitazioni e gli stimoli provenienti dalla società civile e il mondo dell’associazionismo di categoria che, sentendo l’esigenza di disporre di dati comprensibili e più facilmente fruibili, ci ha stimolato e sollecitato alla realizzazione del Rapporto garantendoci il sostegno economico per la realizzazione dell’evento.

Manca un solo tassello, per ora: la partecipazione dei cittadini bolognesi, ma siamo certi sarà attenta e numerosa!

Se i numeri del sindaco non fanno trasparenza di GIANNI DE FELICE

gen 15th, 2009 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

Cosa imparare daI caso della nevicata di Milano, dell’intervento del “Corriere della Sera” e della lettera di Letizia Moratti

La cultura della trasparenza non riguarda soltanto conti e bilanci. Riguarda anche il rapporto fra istituzioni e cittadini, fondato soprattutto sui servizi che le prime sono tenute a fornire – in cambio della fiscalità – ai secondi. Da noi, la qualità di questo rapporto lascia a desiderare anche in comunità metropolitane molto evolute, come per esempio Milano. La cronaca di un recente caso offre spunto per qualche utile riflessione. E’ il caso della nevicata dell’Epifania, che – a neve ormai sciolta – può essere ripercorso con la necessaria serenità.

La mattina del 7 gennaio i milanesi si svegliano in una metropoli coperta da un’alta coltre di neve. L’evento non giunge inatteso: da due giorni i meteo televisivi e la Protezione Civile avvertono dell’imminente arrivo di un’ondata di freddo “con abbondanti precipitazioni nevose anche in pianura”. Ma quella mattina i cittadini che tentano di andare al lavoro o di mandare i figli a scuola si ritrovano in una città ovattata, rallentata, in alcuni punti paralizzata. Resterà così, silenziosa e quasi deserta, per molte ore. Migliaia e migliaia di telefonate si abbattono sui centralini dei giornali e delle emittenti radiotelevisive: una rete locale sospende i programmi e improvvisa una no-stop della protesta in diretta tivù.

Questo scenario viene commentato il giorno dopo, l’8 gennaio, da un esemplare “capocronaca” di Claudio Schirinzi, il più autorevole ed esperto specialista di cronache comunali del Corriere della Sera. Il titolo non lascia dubbi sulla tesi del navigato e sempre cauto opinionista: “Città fuori controllo”. A conferma della pacata serietà dell’analisi di Schirinzi (ma anche della “incultura” italiana della trasparenza) sta l’ultimo paragrafo dell’articolo che recita: “Nessuna caccia al capro espiatorio, dunque. Ma se chi ha motivo di chiedere scusa ai milanesi per il disagio di ieri, avrà il coraggio di farlo, darà prova di serietà”.

L’8 gennaio, mentre il giornale è in edicola con questo carico di briscola, cade per mezza giornata altra neve. Ma in tarda mattinata comincia a vedersi qualche spalatore nelle vie del centro e qualche ruspa antineve all’opera, girano più tram e autobus anche se con attese più estenuanti del solito. I marciapiedi ghiacciati, e non spalati. Continuano però a insidiare chi ha scarsa attitudine al pattinaggio. Al telegiornale il sindaco di Milano sorprende tutti, sostenendo che la risposta alla nevicata è stata pronta ed efficace e che la vita milanese è andata avanti come sempre, salvo un piccolo malinteso “con altre istituzioni” a proposito dell’apertura delle scuole.

All’indomani, il 9 gennaio, sul Corriere della Sera appare una lettera del sindaco di Milano, Letizia Moratti, nella quale si afferma che sono state messe “in campo tutte le risorse che il Comune di Milano ha”. E si comunica che “in questi giorni l’Amministrazione ha messo in campo 2189 spalatori, 352 mezzi Amsa dedicati alla ‘salatura’ di piazze. Strade, marciapiedi e altri punti mirati, 150 autopattuglie e 400 vigili in più (per ogni turno) della Polizia municipale, 105 operatori Atm dedicati a liberare gli scambi…”. Insomma, secondo il sindaco Moratti, non c’è nulla di cui l’amministrazione comunale debba scusarsi, ma anzi c’è di che possa vantarsi: per esempio, la “soddisfazione” espressa dal commissario alla Protezione Civile, Bertolaso.

Considerazioni che la vicenda suggerisce.

  • Le mancanza di efficaci interventi nella mattinata del giorno 7 non può essere negata, senza far passare per visionari i cittadini che a migliaia e migliaia avevano espresso la loro indignazione a giornali, radio, televisioni; e per totalmente infondato il titolo “Città fuori controllo” di un giornale autorevole sul commento di un giornalista autorevole. Contrapporre un’apodittica auto-assoluzione a univoche testimonianze collettive della piazza e ad autorevoli interventi giornalistici non appare il metodo più trasparente di rapporto fra istituzioni e cittadini.
  • Nella lettera del sindaco non c’è alcun preciso riferimento alle fonti dei dati forniti all’opinione pubblica, con messa a disposizione dei cittadini della relativa documentazione e con relativa assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti e capiservizio che li hanno trasmessi al sindaco.
  • Il sindaco riconosce “il sicuro (e in queste condizioni inevitabile) disagio che molti cittadini hanno vissuto, attendendo mezzi e informazioni”. Ma non comunica alcun provvedimento a carico di coloro che, per ruolo competenza e funzione, questo disagio avrebbero dovuto prevedere e alleviare.
  • Non risulta chiarissima la cogestione dell’emergenza neve con la Protezione Civile. Il sindaco prima rivela che la Protezione Civile “ha coordinato tutte le operazioni di questa emergenza”. Domanda: allora cosa ha fatto il Comune? Poi afferma che Bertolaso “ha espresso soddisfazione per come è stata gestita la grande nevicata su Milano”. Domande: la Protezione Civile si è congratulata con se stessa?
  • Nello snocciolare i numeri delle forze “messe in campo”, il sindaco non indica esattamente orari e luoghi, ma annebbia l’intervento in una taciuta ubicazione topografica e in una troppo vaga collocazione temporale: “in questi giorni”. Certo, ma quando e dove? Quanti uomini e quali mezzi sono scesi in campo il 7 gennaio dalle ore 7 alle ore 13 e in quali strade? E’ qui che sta la massima opacità della comunicazione.
  • Nel concludere il suo ottimo “capocronaca” Claudio Schirinzi scrive: “Nessuna caccia al capro espiatorio”. Quasi in segno di rispettosa discrezione verso i misteri inviolabili della burocrazia comunale. Purtroppo anche gli eccessivi scrupoli di tanti bravi giornalisti sono una testimonianza della scarsa cultura della trasparenza. Della atmosfera di timidezza e soggezione con la quale la stampa viene così spesso retrocessa, da dog watcher della cosa pubblica, a mansueto cagnetto da compagnia.
  • Non vogliamo capri espiatori. Non facciamo volare gli stracci. Il capo si assume tutte le responsabilità (in pratica nessuna). Niente nomi, per la privacy. Sono tutte frasi tipiche della “cultura della irresponsabilità”, tradizionalmente radicata a ogni livello della pubblica amministrazione italiana e colpevole in massima parte della arretratezza, della inefficienza, della arroganza dei nostri servizi pubblici.

    Interpretare tutte le osservazioni come critiche dettate da inimicizia o faziosità politica, coprire col manto della responsabilità politica generale le responsabilità professionali particolari di dirigenti inetti (e rarissimamente rimossi), accettare come ineluttabili disfunzioni che in gran parte dei paesi moderni non sarebbero neppure immaginabili: sta tutto qui il rifiuto della trasparenza, e quindi della responsabilità, che penalizza il nostro Paese. Un amico mi racconta che nelle toilettes dell’aeroporto di Monaco di Baviera è affisso il quadro con l’indicazione – nome e cognome – del responsabile di turno, giorno per giorno, della pulizia e dell’efficienza dell’impianto. Tutti candidati “capri espiatori”?
    “Abbiamo appreso una preziosa lezione anche da queste ore eccezionali”, ha scritto Letizia Moratti al Corriere della Sera. Brava, signora sindaco, ma la completi apprendendo anche la piccola lezione della burocrazia tedesca, che sente il dovere di comunicare ai cittadini chi fa che cosa, chi non lo fa e chi lo fa male. Scusi l’irriverenza, ma a volte le grandi riforme partono da una location umile, come le toilettes di un aeroporto.

    10 e lode per accesso e chiarezza ai conti online di Emilia-Romagnadi VITTORIA FERRARIS

    dic 22nd, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Newsletter, Primo piano, Regioni

    Coerenza di percorso, trasparenza e semplicità di comprensione: la comunicazione economica emiliana-romagnola un modello da imitare

    Concluderemo il travagliato anno 2008 con una visita in una regione nota per la ricchezza ed il dinamismo economico: l’Emilia-Romagna. E andremo a vedere fino a che punto il progresso si accompagna alla trasparenza. Gli appassionati del click si ricorderanno infatti che le nostre esplorazioni dei territori lombardi e laziali hanno evidenziato l’assenza di correlazione tra ricchezza economica e trasparenza, considerando che Lombardia e Lazio sono rispettivamente il primo ed il secondo PIL pro capite nazionale.

    Pronti a

    partire da http://www.regione.emilia-romagna.it/

    Click 1

    Sarà l’atmosfera natalizia e la generosità ispirata dalle feste, ma abbiamo appena il tempo di guardarci intorno che il sito ci offre l’approvazione del bilancio 2007. Ci sembra doveroso complimentarci anzitutto per la tempestività, ma prima di sbilanciarsi eccessivamente andiamo a gettare un occhio ai contenuti.

    Click 2

    Niente male …scriviamolo: la presentazione del bilancio è corredata non solo dal tradizionale commento del Presidente della Regione, ma anche da una serie di schemi (menu di destra) esemplificativi della struttura delle entrate e delle spese. Molto apprezzabile in particolare, l’indicazione tra le spese correnti dei costi di funzionamento dell’ente regionale, indicazione fornita solo da un‘altra Regione, la Lombardia, a testimonianza dell’impegno della Regione alla razionalizzazione dei costi. Suggeriremmo per il futuro di rapportare il costo di funzionamento al numero di addetti impiegati dall’ente per avere un parmetro di confronto.
    Chi ben comincia è a metà dell’opera…ora resta da stabilire se otterremo altrettante soddisfazioni dal fronte del rendiconto di bilancio. Nel frattempo torniamo al punto di partenza.

    Click 3

    In alto a sinistra troviamo un menu a tendina da cui accediamo a una serie di argomenti per settore d’intervento. Ci sembra la strada giusta…

    Click 4

    Sulla scelta non abbiamo dubbi, la ratio ci guida verso ‘Amministrazione Regionale’

    Click 5

    Il gioco non si annuncia particolarmente intrigante …..eccolo lì il Bilancio Regionale…quasi una delusione per noi ipercritici disillusi

    Click 6

    No comment: in un’unica sezione abbiamo trovato i bilanci previsionale degli ultimi tre anni e i rendiconti di bilancio 2007 e 2006 oltre alle leggi principali legate al bilancio e alla finanziaria regionale. I documenti contabili sono disponibili in versione sintetica (siamo già fans)…e andiamo a vedere come si presentano i consuntivi.

    Click 7

    Documenti chiari ed esaustivi, classificazione delle spese tale da essere confrontata agevolmente alle entrata per natura (vedi in particolare tabella p.26 del rendiconto 2007) e facilità di accesso alle informazioni….La nostra gita termina qui.
    Emilia-Romagna promossa a pieni voti dal punto di vista della facilità di accesso, della coerenza del percorso, della trasparenza e della facilità di comprensione dei dati. Cosa potremmo mai suggerire alla Regione? Forse di offrire un documento sintetico di rendicontazione che abbracci i tre anni precedenti.

    Tanti auguri e tanta trasparenza nel 2009!

    Transparency International: appello al G-20

    nov 20th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

    Ecco i sette modi per garantire stabilità e correttezza al sistema finanziario mondiale

    L’Annual Membership Meeting di Transparency International del 2008, che si è svolta ad Atene dal 26 al 30.10,2008, aveva fatto appello ai capi di Stato mondiali perché riconoscano chiaramente che la crisi finanziaria rappresenta non solo un pessimo esempio di amministrazione di fondi pubblici affidati alle istituzioni finanziarie, ma anche il fallimento delle autorità pubbliche nell’assicurare l’integrità e la stabilità del sistema nonché l’affidabilità e correttezza delle banche. Ora il movimento Transparency International si è appellato ai capi di Stato che hanno preso parte al G-20 del 14-15 novembre a Washington affinché trasparenza e responsabilità, sia pubblica che privata, diventino i pilastri delle riforme necessarie per ricostruire il sistema finanziario mondiale.

    Transparency International ha fatto appello ai capi di Stato del G-20 affinché:

  • dimostrino che non verrà risparmiato sforzo per assicurare la maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle Autorità di controllo, in modo da ripristinare la fiducia pubblica, riconoscendo che ciò richiede un nuovo approccio da parte delle Autorità insieme ad una struttura di regole e supervisione di tutte le istituzioni finanziarie ben più consistente e coordinata;
  • a supporto dell’impegno nel ripristinare il corretto funzionamento delle Istituzioni finanziarie e dei mercati, elaborino efficaci metodologie di trasparenza e responsabilità sull’utilizzazione e l’amministrazione dei fondi dei contribuenti;
  • venga istituita una solida governance bancaria e finanziaria, basata su maggiore trasparenza e rendicontazione da parte delle leaderships bancarie per quanto riguarda l’applicazione delle politiche di risarcimento esecutivo, del rischio d’impresa e della pubblicazione del prodotto finanziario;
  • vengano prese misure per prevenire conflitti di interesse sul palcoscenico finanziario, dalle attività delle agenzie di valutazione del credito, alle relazioni tra imprese finanziarie e le Istituzioni pubbliche;
  • vengano rese più trasparenti le regole dei “paradisi fiscali”, l’utilizzo dei cui fondi sono all’origine di pesanti destabilizzazioni nel settore finanziario;
  • poiché la crisi finanziaria potrebbe innescare una crisi economica che andrebbe ad aumentare la povertà globale, dichiarino il proprio impegno per sostenere lo sviluppo;
  • promuovano le appropriate investigazioni giudiziarie e sanzioni secondo le leggi vigenti.
  • Comuni, sveglia!

    set 22nd, 2008 • Categoria: Comuni, Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Newsletter, Primo piano

    Per l'analisi dei bilanci, si chiude il 30 settembre: ecco le città che rischiano l'esclusione

    Per l’esercizio 2006 furono solo i primi quattro Comuni d’Italia – Roma, Milano, Napoli e Torino – a collaborare con Civicum per sottoporre i loro bilanci alla verifica di comprensibilità e chiarezza, diciamo pure di “trasparenza”, da parte degli esperti della facoltà di ingegneria gestionale del Politecnico di Milano, guidati dal pro-rettore Giovanni Azzone. La ricerca venne presentata, con la presenza dei sindaci di Roma e Milano, Walter Veltroni e Letizia Moratti, nella bellissima Sala Buzzati della Fondazione del Corriere della Sera, messa cortesemente a disposizione dal presidente della Fondazione, Piergaetano Marchetti, e dall’amministratore delegato del Gruppo RCS, Antonello Perricone.

    Per l’esercizio 2007, Civicum ha esteso gli orizzonti del suo programma, sollecitando la partecipazione dei Comuni di tutti i capoluoghi di regione e, in più, di alcune città che capoluoghi di regione non sono ma vantano un peso non trascurabile per popolazione e attività economiche. Non sarebbe stato opportuno tenerli fuori dalla ricerca, considerata la loro rilevanza nella vita nazionale: Si pensi a grandi centri come Catania e Messina in Sicilia, dove il capoluogo regionale è Palermo, o Brescia in Lombardia, dove il capoluogo regionale è Milano.

    - Non sappiamo se arriveremo al totale di 28 bilanci, sul quale è stato dimensionato il programma 2008. Al momento, le documentazioni sono ancora in arrivo. Secondo una ricognizione fatta presso il Politecnico, alle ore 18 di mercoledì 10 settembre, la situazione era questa:

    pervenute le documentazioni complete dei Comuni di ANCONA, AOSTA, BARI, BRESCIA, BOLOGNA, BOLZANO, CAGLIARI, GENOVA, MILANO, NOVARA, PERUGIA, TRENTO e VENEZIA; ancora incomplete le documentazioni di FIRENZE, L’AQUILA, NAPOLI, PALERMO, PESCARA, ROMA, SASSARI, TORINO e TRIESTE; non pervenute le documentazioni di CAMPOBASSO, CATANIA, CATANZARO, MESSINA, POTENZA e REGGIO CALABRIA.

    - La risposta dei Comuni alla nostra iniziativa di estendere significativamente la verifica dei bilanci si sta rivelando – specialmente nelle città del Nord – più che positiva, segno che avanza la sensibilizzazione degli amministratori pubblici per un migliore rapporto – in termini di fiducia, chiarezza, comprensibilità, trasparenza e dunque di efficienza ed economicità – con i cittadini. Per i Comuni che non hanno ancora completato l’invio della documentazione dei loro bilanci e per quelli che non hanno ancora inviato nulla – specialmente dalle città del Sud – bisognerà capire le ragioni del ritardo. Un ritardo che, però, non potrà protrarsi ancora a lungo.

    Ogni crescita paga un piccolo prezzo in termini di flessibilità organizzativa. Lo studio del Politecnico milanese è quest’anno di maggiore impegno, quindi di più lunga durata. Sia per il numero, notevolmente maggiore, dei bilanci da analizzare. Sia per le difformità di impostazione che alcuni di essi presentano, con l’effetto di non consentire una metodologia completamente standard. Per questo il lavoro di controllo e di analisi è già cominciato sui bilanci finora trasmessi al Politecnico di Milano dai Comuni più efficienti. Sappiamo che altri sono di prossimo arrivo, come hanno cortesemente comunicato gli uffici competenti dei Comuni interessati. Sappiamo anche che esistono, in qualche caso, obiettive difficoltà di inoltro per ritardata approvazione o per altri motivi. Ma dobbiamo raccomandare a quei Comuni, che non abbiano ancora mandato il loro bilancio consuntivo per l’esercizio 2007, di affrettarsi. Non hanno più molto tempo per partecipare. Il termine ultimo per la consegna dei bilanci al Politecnico scade infatti al 30 settembre. I bilanci che dovessero arrivare dopo tale data saranno a malincuore esclusi dalla analisi. Non per fiscalismo burocratico, ma per ineludibili esigenze tecniche. Il Politecnico è impegnato a chiudere lo studio a metà novembre e mancherebbe il tempo per verificare i bilanci ritardatari.

    Dunque: sveglia, assessori e sindaci dei Comuni ritardatari. Desterebbe profondo rammarico e offrirebbe fondate ragioni di perplessità l’esclusione dalla prima grande parata della trasparenza dei conti pubblici di Comuni di grandi tradizioni e di gloriose città. Soprattutto fra i loro cittadini, ai quali gli amministratori civici avrebbero qualche spiegazione in più da fornire.

    Nomine: impariamo da Cina e Pakistandi FEDERICO SASSOLI DE BIANCHI

    set 11th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Istituzioni, Newsletter, Primo piano

    Come in Australia, cercano i top-manager pubblici sull’Economist

    Cercasi Presidente per l’Authority per l’energia. L’annuncio a pagamento è stato pubblicato sull’Economist del 9 agosto dal Governo del Pakistan. Erano richiesti tra l’altro: master in un’università di fama internazionale, competenza nel settore, dimostrazione dei risultati ottenuti.

    Nello stesso numero l’amministrazione di Hong Kong ricercava un direttore generale; il governo australiano l’amministratore delegato per l’agenzia nucleare.

    In Italia farebbe scalpore se, per una nomina pubblica, si procedesse in questo modo. Nel nostro paese vige un sistema che definirei “ neo-feudale”. Vi ricordate il sistema medievale in cui il re nominava i vassalli e questi i valvassori? Il nostro è un meccanismo analogo, fondato non sulla competenza ma sulla fedeltà al capo a cui si deve obbedienza e disponibilità a combattere contro altre cordate di potere. E’ un sistema inefficiente, penalizzante per il paese ed eticamente disdicevole. Eppure viene attuato sistematicamente, con il consenso dei cittadini e dei media.

    - La giustificazione teorica di tale meccanismo di potere risiede nella cosiddetta “priorità della politica”. Un tempo si giustificava la monarchia assoluta con il diritto divino, ora si presenta la scelta nelle nomine da parte di chi ha ricevuto un’investitura dagli elettori, come democratica e quindi ottimale. Non è così. Non si può far passare come priorità degli interessi generali quello che è spesso solo arbitrio dei politici. Nei secoli, alla libertà senza vincoli dei sovrani si sono posti dei limiti. Sono state stabilite leggi a cui anche il re doveva sottostare. Così dobbiamo cominciare a fare ora in Italia, imparando da paesi in questo evidentemente più avanzati di noi, come il Pakistan, la Cina e l’Australia.

    La qualità delle istituzioni è prima di tutto fatta dalla qualità delle persone che le dirigono. In Italia, dove il 50.3% dell’economia è pubblica, non possiamo più permetterci modalità scadenti di selezione delle persone che occupano posti-chiave. La cosa è evidente. Eppure, essendo il meccanismo attuale al centro del nostro sistema di potere politico, pochi se ne occupano e ancora meno sono i giornali che indugino in approfondimenti che potrebbero risultati sgraditi all’apparato politico. Un’eccezione è Giuseppe Turani che recentemente, su “Repubblica”, ha affrontato il tema delle nomine dei direttori delle ASL ( ma cosa avrà di politico la gestione di un ospedale?), proponendo la pubblicazione dei risultati di concorsi con tanto di classifica e motivazione della scelta.

    - E’ chiaro che il Sindaco o il Presidente del Consiglio devono poter scegliere presidenti ed amministratori che condividano la loro linea strategica, ma questo non li esime dall’obbligo di individuare persone che dimostrino – curriculum alla mano – di avere competenza e capacità. Non solo. Molto spesso le strategie “politiche” per gli enti in questione non sono neanche esplicitate e pubblicizzate, con il risultato che nessuno saprà mai se gli amministratori nominati hanno raggiunto gli obiettivi per cui erano stati nominati oppure no. Ad esempio: chi è stato amministratore di Alitalia negli ultimi anni deve essere considerato incompetente e quindi scartato per ogni ulteriore incarico oppure incompetenti erano i politici ? Come risolvere il rebus? E’ semplice: in tre mosse. Primo, l’autorità che ha il potere di nomina definisca pubblicamente quali sono gli obiettivi strategici dell’ente.

    Secondo, il Parlamento o il Consiglio Comunale, nomini una commissione composta da persone esperte nella scelta di top-managers, i quali avranno il compito di verificare l’adeguatezza professionale del candidato indicato dall’autorità politica. Questa procedura avrebbe anche il vantaggio di essere un deterrente per i politici alla nomina di persona incompetenti, per evitare che vengano bocciati. E’ una procedura che viene seguita negli Stati Uniti e in Europa. Ad esempio, la candidatura di Rocco Buttiglione a commissario venne bocciata dalla commissione competente.

    Terzo, annualmente si renderanno pubblici, in modo comprensibile e trasparente, i risultati in termini economici e qualitativi, confrontandoli rispetto agli obiettivi prefissati, rendendo in questo modo possibile un giudizio sereno sull’operato dei managers.

    - Attendiamo che qualche politico coraggioso avvii un programma del genere, che sicuramente gli darebbe un grande seguito. Nel frattempo i giornalisti potrebbero essere un po’ più cattivi. quando trattano di nomine pubbliche e non fermarsi ad indicare che un candidato è in quota ad un partito o all’altro, ma scavare nel loro passato professionale e verificare il loro curriculum. Anche i comuni cittadini possono intervenire, scrivendo ai giornali o a Berlusconi o al loro sindaco.

    Vi è un problema di qualità delle persone ma anche di quantità, se una società come A2A, risultato della fusione delle due società eccellenti dell’energia di Milano e Brescia, ha 900 tra consiglieri di amministrazione e sindaci. Naturalmente, di fronte a simili fenomeni di costume – per tornare al Pakistan, alla Cina, all’Australia e alla loro ricerca di personale sull’Economist – bisognerebbe garantire una procedura trasparente che alla fine garantisca la scelta del candidato davvero migliore.

    L’effetto Brunettadi GIANNI DE FELICE

    set 11th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Istituzioni, Newsletter, Primo piano

    Ha reso la trasparenza popolare anche in Italia

    “L'opacità del settore pubblico è preoccupante. Si fa di tutto per non far capire chi fa cosa, quando e per quanti soldi. Sono bastate le poche operazioni trasparenza da noi lanciate (mettere on-line stipendi e curricula dei dirigenti, permessi sindacali, consulenze, assenteismo) per fare scandalo. Se n’è parlato per giorni, ma si tratta di cose tutto sommato banali, che dovrebbero essere un normalissimo costume democratico… La produttività degli uffici pubblici non è misurata e meno che mai controllata regolarmente e resa trasparente ai cittadini… Manca la responsabilità nei confronti di clienti e contribuenti; mancano i responsabili, i capi il cui successo, anche economico, dipenda dai risultati… Rendere lo Stato una casa di vetro, dentro la quale il cittadino possa sempre guardare con fiducia e soddisfazione”.

    - Quando queste parole, scritte dal professor Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, apparvero in una lettera aperta al “Corriere della Sera” il 26 luglio scorso, l’effetto fu dirompente. Benché distratta dal caro-petrolio e dalle vacanze imminenti, l’Italia si scoprì sotto choc. Era accaduto un fatto senza precedenti. Su un giornale autorevole, una persona autorevole – addirittura un ministro – aveva osato denunciare senza delicati eufemismi le disfunzioni di un moloch onnipotente, intoccabile, sacro come la Pubblica Amministrazione. E soprattutto aveva usato due termini che al moloch fanno venire l’orticaria: “opacità” e “trasparenza”. Due parole con le quali hanno sempre avuto – e ancora hanno purtroppo – scarsa dimestichezza gli italiani in attesa davanti a porte chiuse o in coda a sportelli avari di spiegazioni, liquidati dall’usciere con lo sbrigativo “ritorni quando c’è il capufficio”, respinti col classico “spiacenti, non possiamo dare queste informazioni”, incastrati col “paghi subito e poi, se ha ragione, la rimborseremo quando non si sa”. Trattati insomma da sudditi, chini sotto il basto di ineludibili doveri e spogliati d’ogni effettivo diritto. Diritto non dico ad avere, ma almeno a spere e capire.

    Fu un episodio memorabile, forse una svolta nel costume italiano. Il clamoroso “effetto Brunetta” dipendeva non soltanto – come molti pensarono – dal proposito di infrangere alcuni tabù sindacali, ma soprattutto dall’inaudita intenzione di trasformare i palazzi della Pubblica Amministrazione in “case di vetro” e cioè di rendere visibile a tutti tutto ciò che vi si fa dentro. Una dichiarazione di “trasparenza”, che avrebbe suscitato modesta attenzione negli Stati Uniti o nel resto dell’Europa occidentale, ma che in Italia si presentava – nel bel mezzo dell’estate – com una novità sensazionale e inattesa: un’autentica rivoluzione, altro che riforma. Reazione inevitabile in un Paese nella cui cultura non c’è mai stata la “trasparenza” della cosa pubblica in cima ai pensieri dei cittadini. Un Paese che, anzi,, è andato sempre fiero del riserbo e della segretezza come strumento di potere occulto e di irresponsabilità di fatto. Ancora oggi in molti uffici della Pubblica Amministrazione viene considerato un inopportuno disturbo, se non un autentico atto di ostilità, la richiesta la richiesta di documenti o informazioni, pubblici per legge e, nei Paesi più avanzati, facilmente scaricabili da Internet.

    Siamo quasi dei debuttanti, su questo fronte. Prima del 1990, quando la legge n. 241 concesse ai cittadini italiani l’accesso agli atti pubblici, non avevamo nel nostro ordinamento nulla che rassomigliasse a “The Freedom of Information Act” americano, che in dodici pagine (versione 2002) fissa con minuziosa precisione i doveri della pubblica amministrazione, i diritti dei cittadini, le sanzioni per chi viola le prescrizioni indicate per la fornitura gratuita di qualsiasi documento pubblico, non secretato per ragioni di sicurezza. Oppure come la Loi de la Information Secteur Publique n.78-753 del 1978, emendata nel 2000, in Francia. O come la Lipad (Loi Information du Public et Accès aux Documents) in Svizzera. Ma neanche l’arrivo della Legge 241/90 inflisse quel colpo veramente decisivo che era nelle speranze e forse nelle intenzioni alla cultura del “segreto d’ufficio”, spesso usato – anche quando non necessario – come paravento per evitare disturbi a manovratori.

    - Come spesso succede dalle nostre parti, la legge nacque con riserva incorporata. All’art. 28 chiariva subito: “L’impiegato deve mantenere il segreto d’ufficio. Non può trasmettere a chi non ne abbia diritto informazioni riguardanti provvedimenti od operazioni amministrative…” Domanda: il contribuente, che finanzia con le imposte quei provvedimenti e quelle operazioni, ha o no il diritto di sapere con precisione come sono stati spesi i suoi soldi? Altra domanda: come, a quale costo e in quanto tempo il cittadino riesce a farsi riconoscere il diritto all’accesso per poterlo efficacemente esercitare?

    Ma per i gusti della Pubblica Amministrazione italiana la L. 241/1990 restava ancora troppo liberale. E allora il suo art. 24 venne integrato e corretto nel febbraio 2005 con la Legge. N. 15 che, tra l’altro, escludeva il diritto di accesso agli atti nei procedimenti tributari e “nei confronti dell’attività della pubblica amministrazione diretta all’emanazione di atti normaivi, amministrativi generali, di pianificazione e di programmazione…”. Come dire che il cittadino doveva – e tuttora deve, la legge è vigente – restare fuori dall’uscio delle stanze in cui i burocrati pianificano e programmano come spendere i suoi soldi, come organizzare i servizi dovuti, eccetera. E come ancora più esplicitamente conferma il suo quasi incredibile comma 3: “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. Perché? Così, nella nostra democrazia, si rispetta il popolo sovrano? Sembra di risentire Caterina Caselli che canta al cittadino: “Nessuno mi può giudicare / nemmeno tu…”

    - Non occorre stilare l’elenco, non breve, di tutte le norme con le quali la Legge del 2005 ha richiuso in buona parte, dopo quindici anni, le porte timidamente dischiuse dalla Legge del 1990. Si già detto abbastanza per capire perché la bandiera della Trasparenza sventolata da Brunetta abbia prodotto uno choc, spaventando gli ipertutelati addetti ai lavori e inebbriando gli italiani storicamente bendati. Difficile prevedere quale potrà essere in concreto l’effettiva portata delle riforme che il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione ha in animo di varare. Ma il solo effetto mediatico si è per ora rivelato straordinario. Non si era mai parlato tanto di trasparenza dell’amministrazione pubblica come in questi mesi.

    Ci sono tanti significativi segnali. Il ministro dell’Istruzione ha messo on line il bilancio del suo ministero, annunciandolo con un comunicato. Brava Gelmini, grazie, ma dovrebbe essere procedura normale per tutti gli enti pubblici, prassi di routine come chiudere gli uffici la domenica. L’assessore Mascaretti del Comune di Milano ha realizzato, in nome della trasparenza, uno studio su costi e loro ripartiozione dei corsi comunali di formazione e chiede di pubblicarlo su questa newsletter: bravo, grazie, ma dovrebbe essere prassi di tutti gli assesorati di tutti i Comuni. Niente come il radicarsi di questa attenzione per la trasparenza rende Civicum fiero della intuizione che i suoi fondatori ebbero cinque anni fa e dei risultati che la loro azione, di puro volontariato civico, comincia a ottenere. Grazie anche a Renato Brunetta, oggi Civicum fa meno fatica a spiegare qual è l’obiettivo della sua azione. La “trasparenza” è diventata popolare anche in Italia: cinque anni fa se ne parlava solo nelle vetrerie.

    Le cifre nude della Gelminidi BERNARDINO SASSOLI DE BIANCHI

    set 11th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Istruzione, Newsletter, Primo piano

    Per informare davvero servono riferimenti precisi e confronti significativi

    Non sorprenderà i lettori di questa newsletter che Civicum approvi l’iniziativa del ministro Gelmini di rendere disponibile il bilancio 2008 per l'area Istruzione sul sito (www.pubblica.istruzione.it) dello stesso Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

    Certo, l’entusiasmo iniziale scema un po’ quando, scaricati i dati in questione, si scopre che di fatto quello che è stato pubblicato non è che un estratto, senza note, commenti, introduzioni, o spiegazioni, della Legge 24 dicembre 2007, n. 245, "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2008 e bilancio pluriennale per il triennio 2008-2010". Avremmo voluto impulsivamente osservare che la meritorietà dell’iniziativa è un po’ inficiata dal fatto che il testo (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel Dicembre 2007) era già disponibile su Internet come allegato alla legge finanziaria; verificando, abbiamo scoperto che il collegamento sul sito della Camera rimanda a una pagina vuota (www.camera.it/parlam/leggi/07245l.htm) . Ciò detto, sorge una domanda: perché pubblicare solo i dati relativi all’area istruzione e non quelli relativi all’Università, per esempio? Sappiamo che c’è un dato particolare che il ministro ha tenuto a mettere in evidenza, relativo all’incidenza dei costi del personale sull’area in questione; costi che effettivamente appaiono abnormi: quasi il 97% delle risorse.

    Ma già qui si solleva il problema di fondo. Al di là del tema “sensazionale”, al normale cittadino una tabella di puri numeri, da cui pur si ricava che il personale incide per il 97%, non dice molto. E forse meno ancora sapere, sic et simpiciter, che per l’istruzione secondaria inferiore si spendono 9,686 miliardi – di cui sappiamo solo che 9,677 sono di “funzionamento” e il resto diviso più o meno a metà tra “interventi” e “investimenti” – contro i 14,131 previsti per l’istruzione secondaria superiore.

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    E’ tanto? E’ poco? E’ meno o più del 2007? Come vengono effettivamente spesi? Cosa succede in altri Paesi? Lo stesso dato sul 97% di costi del personale, se totalmente decontestualizzato, non aiuta il cittadino a costruirsi un proprio ragionato percorso interpretativo, che possa fare da base per una presa di posizione con conseguenze anche politiche. Forse aiuta a fare un confronto significativo (possibile con una semplice ricerca su Internet): se rappresentiamo che lo stipendio di un docente della scuola superiore italiana era nel 2002 compreso tra l’86% e il 130% del Pil pro-capite, contro 154-230% della Spagna e il 121-226% della Germania (fonte Eurydice, www.eurydice.org), si deduce che un docente italiano guadagna sensibilmente meno di un suo collega spagnolo o tedesco. E che le inefficienze non sono quindi da imputarsi a livelli salariali troppo elevati, ma vanno ricercate altrove: sicuramente, tra l’altro, nel numero degli insegnanti.

    Inoltre, fatta 100 la spesa complessiva per l’istruzione, includendovi quindi il contributo effettivo di quelle province e quei comuni che sono proprietari degli edifici scolastici, a quanto si ridurrebbe quel 97% ora imputato agli stipendi? Sarebbe poi tanto lontano da quel 75% delle risorse totali che rappresenta l’incidenza degli stipendi nella scuola francese? (http://media.education.gouv.fr/file/eetat17/11/8/eetat17_22118.pdf) Resta il fatto che, senza l’iniziativa del ministro Gelmini, non si sarebbe sollevato il problema, non si sarebbero accese tante legittime e utili curiosità e, forse, chi scrive non sarebbe stato portato a ricercare e documentarsi. Tuttavia, un piccolo sforzo di chiarezza e di completezza in più avrebbe cominciato ad avvicinarci a chimere ancora tanto lontane come la Finlandia, dove il ministero dell’Istruzione riporta nel suo sito – e anche in inglese! – tanto di diagramma sul processo di formazione del budget. (http://www.minedu.fi/OPM/Linjaukset_ja_rahoitus/?lang=en) Non osiamo pretendere tanto. Ma almeno l’uso di un semplice “lessico”, che aiutasse il cittadino a capire cosa siano gli “interventi” rispetto agli “investimenti”, avrebbe segnalato l’intenzione di renderlo davvero partecipe dei gravosi problemi che la signora ministro si trova, e troverà, a dover affrontare. Si tratta, in breve, di aiutare i cittadini a educarsi. E’ così difficile da noi?

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    Diteci quante tasse paghiamo

    lug 24th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Fisco, Servizi generali
    LA PRIMA TRASPARENZA Fiscalità diretta sul lavoro, contributi, enorme tassazione indiretta sul consumo medio, accise, operazioni una tantum, addizionali regionali e comunali, tasse di scopo, duplicazioni private degli insoddisfacenti servizi pubblici (sanitari, scolastici, logistici). Quanta fetta di reddito sparisce dalle tasche degli italiani? Invece di discettare sulla politica di Trichet, si dia una risposta a questa domanda. E anche un urgente rimedio di  Davide Grignani L'articolo del neo-rettore della Bocconi  Guido Tabellini, apparso sul Sole 24Ore di domenica 6 luglio, è una vera boccata d'ossigeno nella perdurante tempesta "monetarista"  che ci sovrasta da mesi! Da molto tempo, e spesso invano, ho cercato di  creare se non il consenso almeno la consapevolezza  della linea di pensiero enunciata così chiaramente dal professor Tabellini:  come lui, sono  fortemente convinto  che stiamo tutti concentrando troppa attenzione mediatica, risorse, e azioni nella direzione sbagliata, insistendo a curare il malato con medicine inutili e persino dannose. Certo, lungi dal sottoscritto disconoscere a Trichet e alle banche centrali la funzione essenziale di usare gli strumenti a loro disposizione per gestire  le aspettative dei mercati e le masse monetarie.  Tuttavia la sequenza di rialzi  dei tassi della BCE  - oltre a quanto già puntualizzato nell'articolo - è un meccanismo che tutti gli operatori finanziari scontano nei loro arbitraggi  neutralizzandolo con impatti finali contradditori:  il rialzo dei tassi sull'euro continua a far crescere il valore della nostra moneta contro il dollaro amplificando poi l'hedging di quest'ultimo contro il brent, questo poi correlato ad altre posizioni lunghe sulle materie prime e quindi  - back to square one  -  con  un ulteriore impulso inflattivo su materie importate dalla UE e in particolare dal nostro Paese. Allo stesso modo cresce il costo della raccolta  degli operatori creditizi, già compressi dal liquidity crunch: questo rincaro li costringe a ricercare il rispetto delle regole di capitalizzazione e redditività, sia riducendo la quantità  di credito totale disponibile  per le nostre imprese, sia aumentando il costo del credito residuale disponibile. Ne conseguono  rate di ammortamento molto più care, accompagnate da una  forte pro-ciclicità dei nuovi  rating di Basilea II, con conseguente effetto subprime anche sull'economia delle imprese industriali, soprattutto le  medio-piccole. Ci troviamo così  alla fine con maggiore inflazione su beni primari importati dall'estero e una trasmissione amplificata della crisi bancaria al sistema dell'economia reale,  con inevitabili impennate di default delle imprese industriali e impatti ulteriormente recessivi. Magnifico: un vero disastro! Non sono molte  le persone di pensiero e peso  che hanno la lucidità e la forza di insistere sul fatto che il governo (dopo la solita fiammata elettorale) "deve fare il suo mestiere" e cioè intervenire sul "G" di keynesiana memoria (Government)  in modo rapido ed efficace e - solo allora  ma al più presto -  diminuire una pressione fiscale ormai  paradossale.

    Parte dello scandalo

    Nel citato articolo - correttamente - si fissa  l'attenzione sul reddito da lavoro dipendente: ciò rappresenta invero una sola parte dello scandalo. Varrebbe infatti la pena  che  venisse divulgato ai media nazionali   un semplice indicatore della pressione fiscale globale effettiva sulla classe media italiana. Da cui fosse poi determinabile  il  Net Disposable Income, cioè l'effettivo reddito disponibile di cui la classe media italiana effettivamente dispone per riuscire - detto nel termine più diretto e brutale - a sopravvivere,  al netto della fiscalità diretta sul lavoro, dei contributi, dell'enorme e cresciutissima tassazione indiretta sul paniere di consumo medio, delle addizionali  Irpef, delle accise, delle operazioni una tantum, degli aggravi fiscali (addizionali comunali, regionali, tasse di scopo, etc), delle duplicazioni private dei servizi sanitari, scolastici, logistici  e così via.  Il servizio reso dal settore commercio al consumatore italiano a partire dal 1999,  interpretando il cambio euro-lira a 1000 lire, ha fatto il resto.

    Settore pubblico

    Si vedrebbe con ciò quanto sia divenuto letteralmente  impossibile per le famiglie italiane la missione di poter far fronte con investimenti e consumi  al "moloch" del settore pubblico, allargato e "consulenziato"  a perimetri  sempre crescenti, ormai in controllo di ben oltre il 50 % del GNP,  a produttività secolarmente negativa e spesso, come sappiamo, semplicemente "distruttiva".  Come abbiamo voluto raffigurare nel grafico (pubblicato in ultima pagina . n.d.r.), solo con un alleggerimento drastico del peso della spesa pubblica realizzato attraverso un'amministrazione molto più leggera ed efficiente, possiamo ritrovare lo spazio per una vera  riduzione della pressione fiscale, riduzione benefica sia per la domanda che per l'offerta.

    La situazione "net-net" delle risorse ufficiali ed oneste  di questo paese è ridotta in realtà ad un lumicino esangue: siamo sul baratro da tempo, ma si continua a discutere di Trichet  e delle varie correnti monetariste riempendo i giornali di intere pagine. Un esercizio  assai più semplice e astratto che andare ad incidere sulle spese correnti dell'apparato pubblico con provvedimenti urgenti su centinaia di migliaia di  sprechi, scontrandosi con le caste, con l'impopolarità politica, con i sindacati, con le ideologie preconcette, con il giornalismo superficiale, con le molte Santa Rita etc. Sicuramente però si sta giocando troppo a lungo col fuoco. E' per questo che dobbiamo essere grati a chiunque si faccia voce forte e autorevole di un messaggio chiaro, forse spiacevole e impopolare  per alcuni,  ma nell'assoluto interesse  di tutti gli italiani onesti e per un futuro dignitoso dell'intero paese.  Il cambiamento - come inteso da CIVICUM - passa attraverso mille piccoli eventi virtuosi attuati ogni giorno da milioni di persone attente e civilmente impegnate.