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Costume e Cultura

Tappeto di cicche e water… mancato di CIVICUM

feb 20th, 2009 • Categoria: Costume e Cultura, Newsletter

Se getto cicche di sigarette per strada o lascio la toilette del bar in condizione pietosa dopo il mio passaggio, creo un danno agli altri senza averne nessun beneficio. E’ una considerazione ovvia e unanimemente accettata. Eppure, sembra che, al momento di applicarla, siano davvero in pochi a pensarci.

Lina Sotis ha raccontato sul Corriere che in Giappone i fumatori girano con un portacenere in tasca. Qualcuno potrebbe metterli in vendita anche in Italia questi portacenere tascabili, ma è forse diffuso il timore che sarebbero in poichi a comprarli e ancora in meno ad usarli.

In attesa che il marketing dia torto agli esitanti produttori di portacenere tascabili, i gestori dei bar potrebbero mettere dei capienti portaceneri fuori dai loro locali, magari facendoseli pagare mettendo della pubblicità. A condizione che questa non sia famelicamente tassata dai Comuni. Ma è un’idea sulla quale esercenti di bar e amministratori comunali non hanno ancora trovato il tempo di intrattenersi.

Per i gabinetti pubblici, che sono uno scandalo in Italia, si potrebbe cominciare copiando da quel cartello esposto in bella mostra sopra il WC di un locale del Veneto : “ Coraggio, ce la puoi fare… puoi centrarlo”. Ma forse si teme che l’ironico cartello possa essere interpretato come una violenza alla privacy del disattento, e ineducato, fruitore.

Piccoli esempi a dimostrazione che, la qualità della vita, possiamo migliorarla anche con tante piccole azioni individuali. Azioni che non ci vengono in mente perché non siamo abituati a vedere il collegamento tra il proprio benessere individuale e quello collettivo.

Perché questo accada è necessario un cambiamento di prospettiva. E’ necessario capire che la propria felicità è intrinsecamente legata a quella degli altri. Si vive meglio in un luogo dove ci sono meno furti, dove posso camminare da solo di notte e sentirmi sicuro. Non posso trincerarmi dietro porte sempre più blindate: per occuparmi della sicurezza mia e della mia famiglia, devo occuparmi anche di quella di tutti gli altri.

Un Paese può definirsi civile, quando il rimprovero per una deiezione di cane lasciata sul marciapiede non solleciti la più ottusa ma anche la più diffisa delle risposte: “Pensi ai fatti suoi, lei non è mica il padrone della strada!”

Glisenti: perché sì? Perché no? Non si dice di CIVICUM

feb 20th, 2009 • Categoria: Comuni, Costume e Cultura, Primo piano

Nell’ultima newsletter ci domandavamo perché i programmi per l’Expo milanese rimanessero bloccati, ormai da quasi un anno, in uno snervante surplace intorno al ruolo da assegnare a Paolo Glisenti, manager di fiducia di Letizia Moratti, senza che si spiegasse per quali importanti motivi tecnico-professionali il sindaco lo volesse a tutti i costi alla guida e al controllo della macchina organizzativa.

Poiché il nostro interrogativo non aveva alcun intento polemico nei confronti di Glisenti, oggi che la situazione si è sbloccata con un colpo di forza a danno di Glisenti, e dunque della Moratti, siamo egualmente indotti a domandarci – anche stavolta senza intenti polemici – perché gli altri compartecipi della cordata Expo lo abbiano a tutti i costi non voluto alla guida e al controllo della macchina organizzativa, senza spiegare per quali importanti motivi tecnico-professionali ci fosse quel pollice verso.

Scaricato Glisenti, è cominciato il gioco del toto-nomine: Chi, Dove e In-Quota-A-Chi. Le previsioni sembrano fondate più sull’appartenenza che sulle norme – già di per sé poco efficaci – fissate dall’art. 57 dello Statuto del Comune di Milano (Nomine dei rappresentanti del Comune). Saranno saltate a pié pari, col rischio di annullamenti?

Sappiamo che non avremo risposte perché in Italia raramente la scelta di un manager pubblico viene fatta in base a valutazioni tecnico-professionali e a norme che garantiscano la bontà sostanziale della scelta. Salvo meritorie eccezioni, al volante – o alla cloche, verrebbe da dire ripensando all’Alitalia – di certi carrozzoni siede di solito un fedele del potere più forte, non importa se abbia o no la patente. Anche questa è opacità, E anche questa è una delle cause, fra le più gravi, del malessere economico e morale del Paese.

Sprechiamo tanta acqua perché costa troppo poco? di CIVICUM

feb 20th, 2009 • Categoria: Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

Solo Torino e Venezia in regola con la legge sulla raccolta differenziata: il 40% nel 2007

ENERGIA. Per raggiungere Brescia, Acea – Roma e Napoli potrebbero triplicare i punti luce, Milano e Torino raddoppiarli.
Per raggiungere Brescia, Acea – Roma, potrebbe ridurre ad un quinto le interruzioni di corrente.

ACQUA. Trovati 800 milioni di metri cubi d’acqua persa all’anno. In Italia si perde il 30% dell’acqua, in Germania il 7%. Si investe poco nella distribuzione, 28 litri pro capite.
L’acquedotto Pugliese è un colabrodo, compra da terzi il 70% dell’acqua e ne perde il 50%. Se copiasse da Hera di Bologna potrebbe ridurre le perdite della metà.
L’acqua in Italia costa in media € 1 al mc, all’estero € 2. Tariffe basse non dispiacciono mai. Ma in questo caso sembra che inducano a sprecare e a non investire.

IGIENE AMBIENTALE. Produciamo 624 kg di rifiuti per persona all’anno: più di 1,7 kg al giorno..
La legge prevede il 40% di raccolta differenziata dei rifiuti entro il 2007. Solo Torino e Venezia sono in regola. Roma è al 19%, Genova al 17%, Napoli al 13% (in miglioramento). Roma e Napoli non hanno discariche di proprietà!
Brescia trasforma in business il 59% dei rifiuti, Milano, Torino e Bologna circa il 40%, Roma il 23%, Napoli solo il 3%.
Napoli riceve il 97% da tasse, Asm il 59% da altro.
Il costo per abitante della raccolta è di € 80 a Brescia. Tutti gli altri spendono tra 130 e 170 euro.

TRASPORTO PUBBLICO LOCALE. Si viaggia meno bene. Sono aumentati i passeggeri del 10%, ma l’offerta solo del 3%.
Trasferimenti pubblici: se Napoli copiasse da Milano si risparmierebbero 160 milioni annui; Roma 219 milioni. In totale 254 milioni all’anno.
Evasione: un passeggero su cinque non paga il biglietto.

AEROPORTI. In quattro anni sono aumentati del 34% i passeggeri. Malpensa +35%, Fiumicino +25%. Roma +34%, Milano +30%.
Non si investe abbastanza: Roma la metà di Milano e un quarto di Torino, la più virtuosa nel settore. Bene Napoli.
Qualità. Quanto tempo passiamo in aeroporto: a Torino e Bergamo meno di 40 minuti, a Malpensa 58, a Fiumicino 71 e i tempi si allungano a Malpensa nel 2003 si aspettava 23 minuti.
Qualità: Torino 100, Bologna 72, Malpensa 43, Fiumicino 33.

AUTHORITY. Aqua: Coviri insufficiente, sostituito da Autorità sulle risorse idriche e rifiuti, avviata nel maggio 2006 e soppressa in luglio. In Germania le associazioni nazionali dei gestori hanno avviato dal 2005 un progetto di benchmarking.
Trasporto Pubblico Locale. Istituita a dicembre 2007. Tagliati i fondi. Ora ha a disposizione circa 300 mila euro all’anno.

“Film dei conti” e sogno di Wellington: sensazioni in platea allo Spazio Etoiledi DAVIDE GRIGNANI

feb 3rd, 2009 • Categoria: Civicum nella tua città, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

Sala gremita, uditorio attento e a tratti stupito: c’erano tutti all’incontro per lo studio sui bilanci di 23 Comuni e il premio a Brunetta. Tutti, tranne i sindaci e gli assessori…

Bene ha fatto lo scorso 15 gennaio a Roma il nostro presidente Federico Sassoli ad utilizzare gli ultimi secondi di un attento, coinvolto e a tratti commosso professor Brunetta per sottolineare che – al contrario del ministro, assentatosi per breve tempo dalla Camera dove si votava il decreto anticrisi per ritirare il nostro premio e sentire i nostri appelli – i rappresentanti della pubblica amministrazione, sindaci, assessori, dirigenti, benché invitati a partecipare alla presentazione del nostro lavoro di benchmarking dei maggiori 23 comuni d’Italia, non si erano sentiti abbastanza “coinvolti” per scomodarsi e condividere uno sforzo di ricerca e di analisi compiuto nell’interesse dei loro concittadini.

Era invece fatta di gente comune – professionisti, docenti, giornalisti, studiosi, e giovani studenti – la folla che gremiva lo Spazio Etoile per il debutto di Civicum sulla scena romana: una “premiére” assoluta in cui – dopo il silenzioso lavoro di volontariato – Civicum ha aperto le ali anche sulla capitale per portare il suo “ramo d’ulivo”. Un segno tangibile del duro lavoro pluriennale, dell’impegno, del contributo di tanti volonterosi amici della nostra fondazione per chiedere maggior trasparenza e rendiconto alla Pubblica Amministrazione.

Calandomi minuto dopo minuto sempre più nel ruolo dello “spettatore attento”, ho allungato le orecchie e scrutato i volti alla ricerca delle reazioni della nostra prima “audience” capitolina: la partecipazione cittadina - grazie all’eccezionale supporto degli amici romani e all’instancabile organizzazione della squadra milanese – è parsa sin da subito da grande debutto.

L’efficace presentazione di Raffaele Cestari del formato e della comunicazione alla cittadinanza del bilancio del comune di Wellington in Nuova Zelanda – una lontanissima città di dimensioni simili a quella di una nostra Bologna, in cui il 95 % della popolazione afferma di non aver nulla da suggerire alla sua Amministrazione per poter migliorare ulteriormente il livello di benessere della loro città! – ha sortito sui presenti lo stesso candido stupore di Alice nel superare la porticina dell’albero di ingresso del Paese delle Meraviglie seguendo il “coniglio” della trasparenza.

Dopo il piacere provato dai presenti per la semplicità, la chiarezza, l’immediata comprensibilità degli obiettivi, dell’operato e dei risultati, sia quantitativi che qualitativi, raggiunti dall’ Amministrazione di questa bella città scelta come caso-campione, i presenti reagivano con commenti del tipo “ma non c’è nulla da fare se non tradurlo com’è e farlo adottare su larga scala: già faremmo anni luci di balzo in avanti, ci capiremmo e risparmieremmo miliardi di euro!”, “ma neppure le nostre maggiori società quotate fanno nulla di simile! ”, “ma perché reinventare la ruota e non seguire questi esempi così semplici e a disposizione di tutti?”, e cosi via.

Per molti di loro mi è parso si sia trattato di un’esperienza ad alto impatto, originale, inedita, una “prima volta” che auspicabilmente non si scorderanno per lungo tempo. Un successo per Civicum !

Dopo il viaggio quasi onirico nel “mondo del possibile”, eccoci alla classifica e al benchmarking dei principali comuni d’Italia: grazie a pochi indicatori sintetici e semplici tavole illustrative, presentate in modo chiaro ed efficace dal professor Giovanni Azzone, prorettore del Politecnico di Milano. Dopo pochi minuti i presenti avevano già preso piena coscienza di quanto probabilmente non sarebbe stato mai dato conoscere a comuni mortali d’Italia.

Scorrono i fotogrammi del “film” di Civicum: sui volti dei presenti scorgo lo scoramento di fronte all’enorme quantità di trasferimenti di denaro dal governo centrale alla città di Napoli, mentre il pensiero dei presenti va alle immagini dei cittadini napoletani sepolti dall’immondizia. In pochi minuti la virtuosa Trento e l’efficiente Brescia prendono il sopravvento nelle classifiche: nessuna sorpresa sui volti, ma quanta e crescente insofferenza si avverte per le palesi asimmetrie ed ingiustizie che si affacciano sul palcoscenico di Civicum dagli interstizi dei trasferimenti pubblici, degli anacronistici Statuti Speciali, dalle incomprensibili differenze di entrate fiscali e servizi forniti ai cittadini. Perché Aosta e Bolzano godono di tanti vantaggi rispetto all’Aquila? Alpi verso Appennini, statuti ordinari verso statuti speciali, città grandi verso la provincia italiana: sui volti si legge “caspita, tutto ora è chiaro”, tutto comprensibile, in poche battute.

Poi, col passare dei minuti, col resoconto dei numeri aggregati nell’ordine di decine di miliardi di euro eccoci al dunque: bando alle medie italiane e alle loro enormi varianze tra città e città e regione, la sostanza nuda e cruda è che in tutti si spende un’ enorme quantità di denaro proveniente sia dai loro cittadini residenti (entrate dirette), sia da altri cittadini ignari dal resto d’Italia (trasferimenti dallo Stato) solo per autoalimentare il “moloch” della loro struttura burocratica di auto-amministrazione. Morale: sgomento sui volti per i mancati e semplici risparmi annuali per oltre 700 milioni di Euro.

Leggo sui volti il pensiero di tutti, rivolto di nuovo a Wellington: nella città dove la felicità del cittadino è possibile e realizzata, l’Amministrazione del Comune è super leggera e le risorse spese per l’auto-conservazione della macchina burocratica ridotte al minimo (meno di un terzo dei livelli registrati nei migliori Comuni italiani analizzati): la deriva italiana è davanti agli occhi di tutti... intuiscono l’ultima riflessione dei nostri concittadini presi sino alle ultime battute della nostra presentazione “devo andare in un’agenzia di viaggi a vedere quanto costa andare a vedersela questa magica Wellington. Lo facciano anche i nostri amministratori, ma a loro spese.

Il biglietto facoltativo e il deficit obbligatorio di GIANNI DE FELICE

feb 3rd, 2009 • Categoria: Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

Secondo i dati del CTP il 40% dei passeggeri viaggia gratis: deve essere così per sempre?

Erano molto da ammirare i due signori napoletani che, venuti a sentire le cifre della ricerca realizzata dall’Ufficio Studi di Mediobanca sulle società controllate dai Comuni interessati, nella tavola rotonda sul dilemma se aumentare le tasse o le tariffe hanno trovato con grande eleganza il modo di spiegare – dal loro punto di vista – le cause profonde, forzate, antiche di quel piazzamento da “maglia nera”. I presenti hanno sempre ragione, anche quando non hanno in mano carte da scala reale. Chi accetta la sfida, il confronto, la discussione ispira sempre più simpatia di chi dà forfait.

Vanno notate certe sfumature. Più freddo, più distaccato Emilio Baldoni, direttore di finanza e controllo della Arin, controllata dell’acqua. Era in rappresentanza del presidente Maurizio Barracco, rappresentava un’azienda con “numeri” più che accettabili nella realtà napoletana. Si è mantenuto su principi generali, non riguardanti la sua azienda, ma meritevoli di qualche attenzione.

Primo: se 17 milioni di euro sono il 3% del fatturato di una controllata, vuol dire che si tratta di un fatturato molto alto: perché non contenere un po’ gli incassi ed abbassare il prezzo dei servizi?
Secondo: l’osservazione sulla scarsezza dei punti-luce dell’illuminazione urbana non contrasta con gli inviti al risparmio energetico?

Più appassionato, più caldo, starei per dire: più sanguigno, Antonio Simeone, presidente dell’Azienda Napoletana Mobilità. Dunque: settore Trasporto Pubblico Locale, certamente fra i più difficili e problematici, dove non dico l’utile ma perfino il pareggio di bilancio è una inafferrabile chimera. Simeone è un ex sindacalista, viene dai ranghi della Uil, ha una lunghissima esperienza di servizi pubblici. E la sua arringa – degna della più antica tradizione forense napoletana – è stata puntualmente scandita.

Primo: le cifre non vogliono dire tutto, bisogna contestualizzarle col territorio e le realtà sociali.
Secondo: il trasporto locale non è un servizio imposto, come energia e acqua, igiene urbana e aeroporti, ma è un’opzione: il cittadino può scegliere di spostarsi in macchina o, al limite, di andare a piedi.
Terzo: il bilancio di una controllata dipende anche dalla puntualità dell’ente che, controllandola, la finanzia; se le risorse arrivano con ventiquattro mesi di ritardo, i costi finanziari schizzano verso il cielo.
Quarto: se il mezzo di trasporto pubblico non ha sufficienti corsie preferenziali, la velocità commerciale si dimezza e i costi salgono.

Tutto vero. Ma cosa c’entra con questi innegabili problemi la percentuale abnorme di “senza biglietto” sui mezzi pubblici napoletani? Quasi il 40% dei passeggeri non paga sui mezzi della CTP, l’azienda derivata dalle ex “Provinciali”. Ignota la percentuale dei “non paganti” sui mezzi della ANM, l’azienda presieduta da Simeone, che in merito non ha fornito alcun dato. E questo riserbo non induce all’ottimismo.

Domanda: perché una così considerevole quantità di napoletani può viaggiare gratis sui mezzi pubblici, contribuendo a un disavanzo che deve essere ripianato dal Comune, che a sua volta deve essere alimentato dallo Stato con i trasferimenti?

Dal palco della Camera di Commercio milanese il presidente di Civicum, Federico Sassoli de Bianchi, aveva portato a mo’ di esempio ciò che tutti possono vedere salendo su un mezzo pubblico di Parigi (e di qualsiasi città francese): i passeggeri salgono dalla porta anteriore e, se devono far biglietto, lo fanno presso l’autista; la cui postazione è completata a destra da un ripiano con bigliettatrice e cassettino per i soldi.

Questa modalità, considerata normalissima in una città come Parigi, non meno intasata, ingorgata, affannata e, in certi punti, tortuosa di Napoli, è apparsa impraticabile, anzi assolutamente lunare, al presidente Simeone. Che ha osservato: “Ve lo immaginate se all’ora di punta, a Napoli, l’autista deve fermarsi dieci minuti per fare il biglietto a dieci viaggiatori?”

No, ma gli autisti francesi vendono dieci biglietti in molto meno di dieci minuti e nulla lascia temere che quelli napoletani sarebbero meno efficienti. Dietro agli autobus francesi, alle fermate, le auto aspettano senza strombazzare, perché i loro guidatori sanno che quello è il traffico e quelle sono le regole. Ma forse la ragione dell’autista che non vende biglietti è un’altra e non ha molto a che vedere col traffico: i guidatori di mezzi pubblici urbani non vendono biglietti in Italia – non solo a Napoli – per una vecchia questione sindacale, che in Francia fu invece superata con un sostanzioso aumento di stipendio.

Allora, non c’è soluzione? Napoli deve restare la città dei mezzi pubblici urbani a deficit obbligatorio e biglietto facoltativo? Le spiegazioni sono, di solito, quasi tutte fondate e più o meno convincenti. Ma ai manager, agli esperti, ai tecnici. i cittadini chiedono soluzioni e non spiegazioni. Non vogliono arrendersi alla rassegnazione dell’ineluttabile. Lasciatemi sperare, da napoletano milanese, che l’anno venturo Napoli si classifichi non dico prima, ma almeno penultima.

Come Civicum mi ha conquistata (e conquisterà anche i romani) di COSTANZA DI CANOSSA

feb 3rd, 2009 • Categoria: Civicum nella tua città, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

Non è un articolo, scrivere articoli non è il mio mestiere. E’ soltanto una piccola confessione, molto personale e senza pretese, per dirvi com’è successo che l’idea di Civicum mi abbia conquistata. E come può succedere che conquisti tanti altri giovani come me.

Da due anni sono residente a Roma, dopo un’esperienza parigina e prima ancora milanese, e questa mia nuova vita ha un po’ cambiato in me il modo di vedere le cose. In particolare, il modo di vedere tutto ciò che coinvolge la nostra vita quotidiana nel seno di una città particolarmente complessa qual è Roma.

Quando vi arrivai, benché non fosse la prima volta, rimasi ovviamente soggiogata dalla bellezza e grandiosità dei suoi monumenti. dall’imponenza della sua storia millenaria che fa capolino ad ogni angolo di strada. Quello che mi lasciava un po’ perplessa, e spesso un po’ frustrata, era però una sensazione d’inadeguatezza della città rispetto al suo straordinario passato e al suo potenziale presente di grande capitale.

Un giorno mi capitò di avere una vivace discussione con un’amica “romana doc” a proposito dei parchi della città. Lei sosteneva che un parco come Villa Borghese, aldilà della sua innegabile intrinseca bellezza, fosse anche ben curato. L’affermazione mi stupiva. Sapevo che la mia amica aveva viaggiato e conosceva i parchi delle altre città europee, dove ad ogni cambio di stagione piantano fiori diversi. E mi domandai come, nonostante l’esperienza internazionale e l’occasione di confronti, potesse affermare una cosa simile.

Capii allora che il mio senso di frustrazione nasceva proprio dall’atteggiamento di gran parte dei cittadini romani, capaci di accettare qualunque tipo di deterioramento della vita quotidiana (macchine in tripla fila, monumenti antichissimi imbrattati, sporcizia ecc... ) con fatalistica rassegnazione, se non addirittura con totale indifferenza.

Ma questa scoperta mi aprì la mente ad altri interrogativi: oltre al poco senso civico di gran parte dei cittadini – mi chiesi – come mai non si vedeva l’intervento dell’amministrazione pubblica, almeno nelle cose di gestione corrente? Cosa succedeva dei soldi dei cittadini? Com’erano reinvestiti i soldi del contribuente, in questa città bisognosa d’ordine?

Quando la Fondazione Civicum mi contattò, rimasi sorpresa dalla semplicità dei suoi obiettivi. Perseguire la trasparenza e l’efficienza nella Pubblica Amministrazione, coinvolgere i cittadini in azioni a valore civico, mi sembrò, infatti, un impegno giusto al quale non si poteva rinunciare. In effetti, se si sapesse in modo chiaro come sono spesi i nostri soldi e con quali risultati, forse, saremmo tutti un poco meno indifferenti.

Perciò ho detto sì a Civicum. Questo mio nuovo impegno mi aiuta sicuramente a sentirmi meno insoddisfatta e più utile come cittadina. Mi piace pensare che con un po’ di buona volontà, con la promozione di valori come il senso civico e il diritto alla conoscenza, con l’educazione delle future generazioni su temi da troppo tempo tralasciati, il nostro quotidiano non potrà che migliorare e adeguarsi agli standard europei.

Chissà, forse un giorno anche nei parchi di Roma si pianteranno fiori diversi ad ogni cambio di stagione e allora mi sarà possibile dare ragione – come mi auguro – alla mia amica. Non è un sogno. Le premesse ci sono. Il 15 gennaio Civicum ha presentato a Roma l’analisi comparata dei bilanci di 23 Comuni italiani e la sala era incredibilmente gremita. Non di autorità e addetti ai lavori, ma di “romani doc”. Incuriositi anch’essi dal messaggio di Civicum: cerchiamo di capire come vengono spesi i nostri soldi. Un buon segno, un’ottima partenza. Civicum ha anche a Roma un futuro.

Mille candele davanti al Parlamento e ai Comuni di FEDERICO SASSOLI DE BIANCHIPresidente di Civicum

feb 3rd, 2009 • Categoria: Conti pubblici, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

La mobilitazione potrebbe avvenire il 2 giugno. E’ il momento di scegliere il futuro del nostro Paese e serve la partecipazione dei cittadini

Spoglia il politico… e sarai più felice. La proposta potrebbe risultare poco attraente nella maggior parte dei casi se non fosse che invece è proprio quello che è necessario fare per ridare una speranza a questo paese. Come è possibile? Andiamo con ordine.

Siamo nel mezzo della peggiore crisi economica da cinquant’anni a questa parte. E’ crisi finanziaria, economica ma anche di un modello di sviluppo. Un modello fondato sui consumi a debito nei paesi ricchi – soprattutto anglosassoni - finanziato dai paesi poveri, in particolare dalla Cina. Da questa crisi si uscirà, quando se ne uscirà, certamente con un ruolo maggiore degli Stati nell’economia. Potrà piacere oppure no ma è un fatto che non esista oramai un politico o un economista che non sia d’accordo sulla necessità di interventi degli Stati a sostegno della spesa, oltre che della solidità patrimoniale del sistema finanziario. Quale modello uscirà non è ancora chiaro. Potrebbe essere l’occasione per ribilanciare la spesa verso più consumi pubblici e meno consumi voluttuari. Certamente nel momento in cui milioni di risparmiatori decidono di spostare i propri risparmi per investire in titoli di Stato, i soli ritenuti sicuri, la bilancia del potere si sposta a favore di questi.

In Italia sappiamo che non vi sono grandi margini per aumentare la spesa pubblica. Siamo già assai indebitati. Indebitandoci ancora di più, rischiamo di non riuscire a far sottoscrivere i titoli di debito del nostro Stato, se non a tassi proibitivi. Che fare ?

Spogliamo i politici. Non nel senso letterale, ovviamente. Bisogna fargli abbandonare i costumi dietro a cui troppo spesso si mascherano, quando parlano in pubblico. Basta vedere un dibattito politico per rendersi conto che vengono dette frasi ad effetto, destinate solo a cercare di accaparrarsi le simpatie del pubblico ma non a fargli comprendere la realtà della situazione. Le cose vere, quelle che vengono decise nei corridoi della politica, quelle no, non vengono messe in pubblico. Chi deve essere nominato ad un certo incarico? Si pensi alla vicenda dell’Expo, ferma da mesi per non chiarite lotte di potere apparentemente incentrate sul ruolo del dottor Paolo Glisenti. Perché debba essere lui il rappresentante del Comune di Milano e in virtù di quali qualifiche ed esperienze specifiche, non è dato sapere.

Perché fare un certo investimento di danaro pubblico per salvare un’azienda oppure un’altra? Alitalia docet. Un operazione di cui pochi hanno capito quali erano gli obiettivi e se sono stati realizzati. Ora anche Fiat. Sicuramente gli aiuti all’auto saranno necessari, così come lo sono stati quelli al Comune di Catania in dissesto o al Comune di Roma. Ma qualcuno vuole spiegarci ufficialmente il perché di queste scelte? Perché dare soldi a Catania e non, per esempio a L’Aquila, il Comune che – come risulta dal rapporto Civicum-Politecnico sui Comuni – riceve meno soldi da Stato e Regioni?

Sulla questione di Malpensa si urla tanto ma non si dicono alcune cose semplici. E’ chiaro che un hub per funzionare deve essere ben collegato con il resto del paese e con le principali destinazioni internazionali. Più voli ci sono e più corti sono i tempi di attesa di chi vi fa scalo. Tempi di attesa lunghi fanno preferire percorsi alternativi. E’ ovvio che, se Milano divide i propri voli tra Malpensa e Linate, i voli su Malpensa saranno di meno e quindi l’hub non funziona. Quello che non si dice è che gli aeroporti a Milano sono tre. C’è Bergamo che – come risulta dal rapporto Civicum-Mediobanca sugli Aeroporti - registra un tasso di crescita spaventoso, il 170% in cinque anni e che è specializzato nei low cost. Perché non aprire Linate ai low cost, trasferire tutti i voli di linea a Malpensa e collegarla alla città di Milano con un treno più rapido e più frequente dell’attuale?

Portare la discussione politica dall’astrattezza delle frasi ad effetto alla concretezza dei numeri, chiedere di parlarci chiaro quando si tratta di scelte e di nomine è essenziale non solo per il bene dell’Italia, ma anche per ognuno di noi. L’Italia non può più permettersi di sprecare neanche un euro e la trasparenza è il primo passo indispensabile per costringere chi gioca con nostri soldi a svelare se gli obiettivi perseguiti sono quelli del bene comune o altri inconfessati. Ognuno di noi ha però un compito da eseguire. Qualcosa che se non farà lui, difficilmente qualcun altro farà al suo posto. Qualcosa che può dare più valore alla nostra vita. Più sapore alle nostre amicizie. Più fondamento alle nostre relazioni familiari.

Ognuno è grande quanto i sogni che ha. In questa Italia scettica e disillusa tocca a ognuno di noi interrogarsi su quale futuro vogliamo creare. Il nostro futuro è nelle nostre mani. Il paese che vogliamo costruire prima ancora che diventi realtà si è già avverato, nel nostro cuore e in quelli dei nostri figli, dei nostri amici e in tutti quelli a cui trasmettiamo quello in cui crediamo. Una fede, un’idea, un progetto hanno in sé una terribile forza propulsiva contagiosa. Senza queste l’umanità sarebbe ancora nelle caverne. Ai giovani bisogna dire che vi sono cose per cui vale la pena di battersi. Anche se costano fatica. Anche se si rischia di perdere. Non conta il successo, conta la meta. Contano i compagni di strada con cui si condivide la battaglia. Conta la convinzione di fare la cosa giusta, non solo per sè ma anche per gli altri.

Civicum è una strada, una sfida dall’apparenza impossibile, che testardamente ci ostiniamo a raccogliere. I dati che abbiamo presentato sui Comuni e quelli sulle società da loro controllate sono importanti perché permettono un confronto tra città. Ma lo sono molto di più perché rappresentano lo sforzo comune di cittadini qualsiasi che vogliono attirare l’attenzione del paese sulla necessità della trasparenza. Più dei dati, ci interessa dimostrare agli italiani che è possibile occuparsi della cosa pubblica anche senza fare politica; più delle pagelle ai politici ci interessa mostrare loro che è possibile dare conto del loro operato ai cittadini, così come fanno i loro colleghi in altri paesi. Abbiamo un obiettivo: quello di introdurre in Italia, a partire dai Comuni, la pratica di una amministrazione pubblica che renda conto. Obiettivi definiti e quantificati, risorse dedicate, risultati ottenuti. Per discuterne abbiamo invitato al dibattito a Roma e sono venuti il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta e il ministro ombra Lanzillotta. Per ottenerlo dobbiamo muoverci sia a livello centrale sia nei Comuni, coinvolgendo Sindaci, Direttori Generali, Assessori e consiglieri comunali.

Abbiamo presentato i conti dei Comuni capoluoghi di regione. Ne hanno parlato giornali e televisioni. L’Espresso ci ha dedicato sette pagine, Libero la prima pagina, altri tantissimi articoli ( scaricabili dalla rassegna stampa del nostro sito www.civicum.it). Il Sindaco di Torino più volte è intervenuto sulla stampa locale perché è risultato il più indebitato. Quello di Palermo perché la sua città è quella che offre meno servizi ai cittadini in proporzione alle risorse a sua disposizione. A Bologna il Comune ha pubblicato un documento con il posizionamento della città rispetto alle classifiche di Civicum. Ma non basta.

Dobbiamo creare per ogni città un Rapporto Civicum sull’attività del suo Comune e presentarlo pubblicamente con gli amministratori e le associazioni di categoria e del volontariato cittadine. Per farlo abbiamo i dati e la competenza. Ora ci vogliono cittadini volonterosi nelle singole città che organizzino l’evento e che trovino gli sponsors. Chi è interessato ad impegnarsi si faccia avanti.

Stiamo scrivendo alla commissione parlamentare competente per chiedere una modifica nel testo del disegno di legge in discussione sull’efficienza della Pubblica Amministrazione. Vogliamo che questa legge importante imponga di inserire nei rendiconti annuali indicatori di efficienza ed efficacia. Ma non basta. Vi sono leggi fatte e mai applicate.

E’ giunto il momento di far capire a chi amministra per nostro conto la cosa pubblica con i nostri soldi, che vogliamo comprendere e valutare il loro operato. Non vogliamo fare processi a nessuno ma vogliamo realizzare un sogno: un paese in cui chi paga le tasse sappia che niente viene sprecato. Chi vota sappia cosa hanno realizzato gli amministratori uscenti. Chi lavora nella Pubblica Amministrazione sappia che sarà promosso per il merito e non per anzianità o conoscenze e perciò ritrovi il gusto del suo lavoro e il giusto prestigio sociale.

Per questo dobbiamo avere il coraggio di un gesto che renda più visibile la nostra richiesta. Discutiamone ma poi scegliamo. Ben vengano altre idee migliori. Propongo che il 2 giugno sera si mettano davanti alla sede del proprio Comune o del Parlamento candele accese come segno di luce e trasparenza che chiediamo ai nostri rappresentanti. Non sarà una protesta ma una festa. La festa della luce e di chi ha voglia di impegnarsi a migliorare questa Italia anche senza scendere in politica. Dovremo spandere la voce, internet sarà indispensabile. Se ci saranno tante candele. Se coinvolgeremo in questo pacifica manifestazione civica tutti i parlamentari e consiglieri che condividono la nostra battaglia (e se ci segneremo quelli che non ci saranno a fianco). Se non pioverà…. avremo dato una mano al miglioramento dell’Italia e quella sera, chi ci sarà potrà andare a letto un po’ più felice.

Se i numeri del sindaco non fanno trasparenza di GIANNI DE FELICE

gen 15th, 2009 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano

Cosa imparare daI caso della nevicata di Milano, dell’intervento del “Corriere della Sera” e della lettera di Letizia Moratti

La cultura della trasparenza non riguarda soltanto conti e bilanci. Riguarda anche il rapporto fra istituzioni e cittadini, fondato soprattutto sui servizi che le prime sono tenute a fornire – in cambio della fiscalità – ai secondi. Da noi, la qualità di questo rapporto lascia a desiderare anche in comunità metropolitane molto evolute, come per esempio Milano. La cronaca di un recente caso offre spunto per qualche utile riflessione. E’ il caso della nevicata dell’Epifania, che – a neve ormai sciolta – può essere ripercorso con la necessaria serenità.

La mattina del 7 gennaio i milanesi si svegliano in una metropoli coperta da un’alta coltre di neve. L’evento non giunge inatteso: da due giorni i meteo televisivi e la Protezione Civile avvertono dell’imminente arrivo di un’ondata di freddo “con abbondanti precipitazioni nevose anche in pianura”. Ma quella mattina i cittadini che tentano di andare al lavoro o di mandare i figli a scuola si ritrovano in una città ovattata, rallentata, in alcuni punti paralizzata. Resterà così, silenziosa e quasi deserta, per molte ore. Migliaia e migliaia di telefonate si abbattono sui centralini dei giornali e delle emittenti radiotelevisive: una rete locale sospende i programmi e improvvisa una no-stop della protesta in diretta tivù.

Questo scenario viene commentato il giorno dopo, l’8 gennaio, da un esemplare “capocronaca” di Claudio Schirinzi, il più autorevole ed esperto specialista di cronache comunali del Corriere della Sera. Il titolo non lascia dubbi sulla tesi del navigato e sempre cauto opinionista: “Città fuori controllo”. A conferma della pacata serietà dell’analisi di Schirinzi (ma anche della “incultura” italiana della trasparenza) sta l’ultimo paragrafo dell’articolo che recita: “Nessuna caccia al capro espiatorio, dunque. Ma se chi ha motivo di chiedere scusa ai milanesi per il disagio di ieri, avrà il coraggio di farlo, darà prova di serietà”.

L’8 gennaio, mentre il giornale è in edicola con questo carico di briscola, cade per mezza giornata altra neve. Ma in tarda mattinata comincia a vedersi qualche spalatore nelle vie del centro e qualche ruspa antineve all’opera, girano più tram e autobus anche se con attese più estenuanti del solito. I marciapiedi ghiacciati, e non spalati. Continuano però a insidiare chi ha scarsa attitudine al pattinaggio. Al telegiornale il sindaco di Milano sorprende tutti, sostenendo che la risposta alla nevicata è stata pronta ed efficace e che la vita milanese è andata avanti come sempre, salvo un piccolo malinteso “con altre istituzioni” a proposito dell’apertura delle scuole.

All’indomani, il 9 gennaio, sul Corriere della Sera appare una lettera del sindaco di Milano, Letizia Moratti, nella quale si afferma che sono state messe “in campo tutte le risorse che il Comune di Milano ha”. E si comunica che “in questi giorni l’Amministrazione ha messo in campo 2189 spalatori, 352 mezzi Amsa dedicati alla ‘salatura’ di piazze. Strade, marciapiedi e altri punti mirati, 150 autopattuglie e 400 vigili in più (per ogni turno) della Polizia municipale, 105 operatori Atm dedicati a liberare gli scambi…”. Insomma, secondo il sindaco Moratti, non c’è nulla di cui l’amministrazione comunale debba scusarsi, ma anzi c’è di che possa vantarsi: per esempio, la “soddisfazione” espressa dal commissario alla Protezione Civile, Bertolaso.

Considerazioni che la vicenda suggerisce.

  • Le mancanza di efficaci interventi nella mattinata del giorno 7 non può essere negata, senza far passare per visionari i cittadini che a migliaia e migliaia avevano espresso la loro indignazione a giornali, radio, televisioni; e per totalmente infondato il titolo “Città fuori controllo” di un giornale autorevole sul commento di un giornalista autorevole. Contrapporre un’apodittica auto-assoluzione a univoche testimonianze collettive della piazza e ad autorevoli interventi giornalistici non appare il metodo più trasparente di rapporto fra istituzioni e cittadini.
  • Nella lettera del sindaco non c’è alcun preciso riferimento alle fonti dei dati forniti all’opinione pubblica, con messa a disposizione dei cittadini della relativa documentazione e con relativa assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti e capiservizio che li hanno trasmessi al sindaco.
  • Il sindaco riconosce “il sicuro (e in queste condizioni inevitabile) disagio che molti cittadini hanno vissuto, attendendo mezzi e informazioni”. Ma non comunica alcun provvedimento a carico di coloro che, per ruolo competenza e funzione, questo disagio avrebbero dovuto prevedere e alleviare.
  • Non risulta chiarissima la cogestione dell’emergenza neve con la Protezione Civile. Il sindaco prima rivela che la Protezione Civile “ha coordinato tutte le operazioni di questa emergenza”. Domanda: allora cosa ha fatto il Comune? Poi afferma che Bertolaso “ha espresso soddisfazione per come è stata gestita la grande nevicata su Milano”. Domande: la Protezione Civile si è congratulata con se stessa?
  • Nello snocciolare i numeri delle forze “messe in campo”, il sindaco non indica esattamente orari e luoghi, ma annebbia l’intervento in una taciuta ubicazione topografica e in una troppo vaga collocazione temporale: “in questi giorni”. Certo, ma quando e dove? Quanti uomini e quali mezzi sono scesi in campo il 7 gennaio dalle ore 7 alle ore 13 e in quali strade? E’ qui che sta la massima opacità della comunicazione.
  • Nel concludere il suo ottimo “capocronaca” Claudio Schirinzi scrive: “Nessuna caccia al capro espiatorio”. Quasi in segno di rispettosa discrezione verso i misteri inviolabili della burocrazia comunale. Purtroppo anche gli eccessivi scrupoli di tanti bravi giornalisti sono una testimonianza della scarsa cultura della trasparenza. Della atmosfera di timidezza e soggezione con la quale la stampa viene così spesso retrocessa, da dog watcher della cosa pubblica, a mansueto cagnetto da compagnia.
  • Non vogliamo capri espiatori. Non facciamo volare gli stracci. Il capo si assume tutte le responsabilità (in pratica nessuna). Niente nomi, per la privacy. Sono tutte frasi tipiche della “cultura della irresponsabilità”, tradizionalmente radicata a ogni livello della pubblica amministrazione italiana e colpevole in massima parte della arretratezza, della inefficienza, della arroganza dei nostri servizi pubblici.

    Interpretare tutte le osservazioni come critiche dettate da inimicizia o faziosità politica, coprire col manto della responsabilità politica generale le responsabilità professionali particolari di dirigenti inetti (e rarissimamente rimossi), accettare come ineluttabili disfunzioni che in gran parte dei paesi moderni non sarebbero neppure immaginabili: sta tutto qui il rifiuto della trasparenza, e quindi della responsabilità, che penalizza il nostro Paese. Un amico mi racconta che nelle toilettes dell’aeroporto di Monaco di Baviera è affisso il quadro con l’indicazione – nome e cognome – del responsabile di turno, giorno per giorno, della pulizia e dell’efficienza dell’impianto. Tutti candidati “capri espiatori”?
    “Abbiamo appreso una preziosa lezione anche da queste ore eccezionali”, ha scritto Letizia Moratti al Corriere della Sera. Brava, signora sindaco, ma la completi apprendendo anche la piccola lezione della burocrazia tedesca, che sente il dovere di comunicare ai cittadini chi fa che cosa, chi non lo fa e chi lo fa male. Scusi l’irriverenza, ma a volte le grandi riforme partono da una location umile, come le toilettes di un aeroporto.

    COMUNI ITALIANI AI RAGGI X: quanto incassano, quanto spendonodi CIVICUM

    gen 15th, 2009 • Categoria: Comuni, Conti pubblici, Costume e Cultura, Newsletter, Primo piano, Stato

    Presentata a Roma la grande ricerca del Politecnico su 23 bilanci Centinaia di dati, decine di tabelle, i più significativi indicatori
    Lo studio completo è scaricabile da questo stesso sito

    L’analisi comparata dei rendiconti 2007 dei grandi Comuni italiani, realizzata per Civicum da Giovanni Azzone e Marika Arena del Politecnico di Milano, è la più vasta ricerca svolta in Italia nel settore della pubblica amministrazione locale. Essa ha l’obiettivo di aiutare i cittadini a comprendere le scelte della propria amministrazione, “superando” la mancanza di trasparenza nelle informazioni disponibili. A questo scopo, le informazioni vengono lette “per politiche”: cioè, quanto si spende per la cultura o per l’istruzione, qual è l’incidenza delle entrate tributarie, eccetera. In più, le diverse amministrazioni vengono comparate: il benchmarking rende infatti le informazioni maggiormente significative. Per evitare distorsioni nella valutazione, derivanti dalla diversa dimensione demografica dei vari Comuni, i valori assoluti vengono indicati anche in rapporto al numero dei cittadini (valori pro-capite) in modo da rendere quanto più oggettiva e omogenea la valutazione. Confrontando le informazioni sulla propria città con quelle di altre amministrazioni, il singolo cittadino può così formarsi un proprio giudizio.

    I bilanci del Comuni, anche nel formato attuale, consentono di rispondere a queste domande: in quali modI il Comune acquisisce le proprie risorse, cioè tasse, imposte, dividendi, contravvenzioni eccetera; quali sono le politiche a cui sono destinate le risorse, cioè l’analisi delle spese correnti e degli investimenti; di quanto sia indebitato il Comune, dunque l’analisi del suo stato patrimoniale; infine, quale percentuale di risorse il Comune spende per il proprio funzionamento (autoamministrazione) e quanto destina ai servizi da erogare ai cittadini. Il bilancio non consente invece oggi di rispondere ad altre domande, egualmente importanti ai fini di una valutazione dell’amministrazione, come per esempio: quali sono i risultati ottenuti dalle politiche pubbliche, qual è l’efficienza della spesa nei servizi, qual è l’avanzamento dei grandi progetti infrastrutturali. Questi quesiti potranno avere risposta soltanto dallo sviluppo dei “cruscotti gestionali” che Civicum sta elaborando.

    L’analisi ha interessato 23 Comuni italiani, nei quali complessivamente risiede il 18% della popolazione. Sono rappresentate nella ricerca tutte le regioni, ad eccezione della Val d’Aosta, per le diverse regole contabili che non consentono una comparazione, e la Calabria, per la quale erano stati i Comuni di Catanzaro e Reggio Calabria, senza però che nessuno dei due sia stato disponibile. Fra i 28 Comuni contattati, oltre a Catanzaro e Reggio Calabria, non hanno dato la propria disponibilità i Comuni di Catania e di Messina. Tuttavia, anche la indisponibilità di quattro importanti Comuni del Sud – quelli di Catania, Catanzaro, Messina e Reggio Calabria – a far analizzare i propri rendiconti del 2007 rappresenta un elemento, non tecnico e non diretto, ma egualmente significativo della ricerca.

    Le città interessate dalla analisi sono ripartibili, per collocazione geografica e per dimensione demografica, in nove gruppi. Città con meno di 150.000 abitanti: Bolzano, Novara e Trento per il Nord; Ancona e Pescara per il Centro; Campobasso, l’Aquila, Potenza e Sassari per Sud e Isole. Città con più di 150.000 e meno di 600.000 abitanti: Bologna, Brescia, Trieste e Venezia per il Nord; Firenze e Perugia per il Centro; Bari e Cagliari per Sud e Isole. Città con oltre 600.000 abitanti: Genova, Milano e Torino per il Nord; Roma per il Centro; Napoli e Palermo per Sud e Isole. La varietà è tale da rendere particolarmente interessante e significativo il confronto di dati e politiche. L’intero studio, completo di dati e tabelle, può essere reperito sul sito di Civicum www.civicum.it .

    Più coscienza civica e fiscale in cambio di più efficienzadi ODILE ROBOTTI

    dic 22nd, 2008 • Categoria: Costume e Cultura, Fisco, Newsletter, Primo piano

    Siamo al secondo posto nella classifica mondiale dell’evasione fiscale

    Il Patto. Cittadini e Stato: dal Conflitto a una nuova civiltà fiscale di Dino Pesole e Francesco Piu parla di un nuovo modo di impostare la relazione tra cittadini e Stato ed è per questo, anzitutto, che ci interessa.

    Il libro prende le mosse constatando come attualmente i rapporti cittadini-PA siano improntati al ribasso e, in larga misura, conflittuali. Da un lato, cittadini sfiduciati e insofferenti cercano di dare allo Stato il meno possibile evadendo il fisco. Dall’altro, lo Stato tollera, da parte della propria amministrazione centrale e periferica, situazioni di inefficienza, spreco e disservizio. Non solo: lo Stato non è nemmeno in grado di esercitare con incisività la deterrenza e la repressione del fenomeno evasivo, che ci vede, infatti, al secondo posto su 84 paesi nella classifica del Fondo Monetario Internazionale (stime 2002). Il “patto” attuale, insomma, vedrebbe scambiati laissez faire fiscale contro scarsa produttività e servizi scadenti della Pubblica Amministrazione.

    Il tutto si fonderebbe, secondo gli autori, sullo scarso controllo sociale esercitato dagli stessi cittadini, per i quali il precetto “non rubare” sarebbe sottovalutato se applicato al fisco. La nostra capacità di giudizio morale, insomma, non opererebbe quando si tratta di comportamenti fiscali, al punto che la maggioranza delle persone mostrerebbe nei confronti degli evasori, invece di riprovazione, indulgenza, se non invidia.

    Per interrompere il circolo vizioso, gli autori propongono un "patto" che richiami entrambe le parti alle proprie responsabilità avviando un cambiamento culturale profondo nel rapporto cittadini-Stato. Secondo la proposta di Pesole e Piu, la contropartita di una nuova coscienza civica e fiscale da parte dei cittadini sarebbe un incremento di efficienza e trasparenza da parte dello Stato. Nelle relazioni umane, come in quelle tra Cittadinanza e Stato, scardinare un patto consolidato, per quanto implicito, richiede che entrambe le parti comincino ad agire comportamenti diversi nella presunzione che la controparte rispetti, a sua volta, il nuovo patto. Purtroppo, la mentalità prevalente è quella di aspettare che lo Stato diventi più efficiente e quindi “meritevole” dei soldi dei contribuenti, per ritenere che le imposte debbano essere pagate integralmente. Ma attendere che il cambiamento venga dal lato dell’offerta non lo facilita perché l’inefficienza dell’apparato pubblico risulta correlata al livello di accettazione da parte dei cittadini. Se è vero ciò che si è visto in situazioni simili in altri settori, è probabile che stimoli provenienti “dal lato della domanda” siano funzionali nello spingere cambiamenti virtuosi.

    L’idea interessante della “rivoluzione civile” proposta di Pesole e Piu, secondo me, è proprio che il cambiamento si fonderebbe tanto sul recupero di efficienza dello Stato quanto sullo “scatto di civiltà” di cittadini onesti e pienamente consapevoli dei propri diritti. Costoro, definiti “contribuenti totali”, si sentirebbero azionisti del cambiamento e sarebbero decisi a far valere i propri diritti a servizi di qualità. Sapendo che pagare molto qualcosa ce la fa valorizzare e aumenta il livello delle nostre pretese, possiamo presumere che il “contribuente totale” sarebbe un soggetto estremamente esigente: consapevole del proprio diritto a ricevere il meglio, lo pretenderebbe. Questo tipo di cittadinanza sarebbe due volte efficace: da un lato perché contribuirebbe il dovuto alle entrate fiscali, dall’altro perché incentiverebbe il miglioramento dei servizi pubblici.

    Il libro presenta idee tutte da verificare e proposte provocatorie. Ciò che lo rende meritevole di essere letto, a mio parere, è la visione del rapporto cittadini-istituzioni su cui si fonda. E’ una visione fortemente positiva, di una relazione improntata alla fiducia reciproca e al desiderio di entrambe le parti di dare il massimo. Una visione molto vicina a quella di Civicum.