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Istituzioni

Nomine: impariamo da Cina e Pakistandi FEDERICO SASSOLI DE BIANCHI

set 11th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Istituzioni, Newsletter, Primo piano

Come in Australia, cercano i top-manager pubblici sull’Economist

Cercasi Presidente per l’Authority per l’energia. L’annuncio a pagamento è stato pubblicato sull’Economist del 9 agosto dal Governo del Pakistan. Erano richiesti tra l’altro: master in un’università di fama internazionale, competenza nel settore, dimostrazione dei risultati ottenuti.

Nello stesso numero l’amministrazione di Hong Kong ricercava un direttore generale; il governo australiano l’amministratore delegato per l’agenzia nucleare.

In Italia farebbe scalpore se, per una nomina pubblica, si procedesse in questo modo. Nel nostro paese vige un sistema che definirei “ neo-feudale”. Vi ricordate il sistema medievale in cui il re nominava i vassalli e questi i valvassori? Il nostro è un meccanismo analogo, fondato non sulla competenza ma sulla fedeltà al capo a cui si deve obbedienza e disponibilità a combattere contro altre cordate di potere. E’ un sistema inefficiente, penalizzante per il paese ed eticamente disdicevole. Eppure viene attuato sistematicamente, con il consenso dei cittadini e dei media.

- La giustificazione teorica di tale meccanismo di potere risiede nella cosiddetta “priorità della politica”. Un tempo si giustificava la monarchia assoluta con il diritto divino, ora si presenta la scelta nelle nomine da parte di chi ha ricevuto un’investitura dagli elettori, come democratica e quindi ottimale. Non è così. Non si può far passare come priorità degli interessi generali quello che è spesso solo arbitrio dei politici. Nei secoli, alla libertà senza vincoli dei sovrani si sono posti dei limiti. Sono state stabilite leggi a cui anche il re doveva sottostare. Così dobbiamo cominciare a fare ora in Italia, imparando da paesi in questo evidentemente più avanzati di noi, come il Pakistan, la Cina e l’Australia.

La qualità delle istituzioni è prima di tutto fatta dalla qualità delle persone che le dirigono. In Italia, dove il 50.3% dell’economia è pubblica, non possiamo più permetterci modalità scadenti di selezione delle persone che occupano posti-chiave. La cosa è evidente. Eppure, essendo il meccanismo attuale al centro del nostro sistema di potere politico, pochi se ne occupano e ancora meno sono i giornali che indugino in approfondimenti che potrebbero risultati sgraditi all’apparato politico. Un’eccezione è Giuseppe Turani che recentemente, su “Repubblica”, ha affrontato il tema delle nomine dei direttori delle ASL ( ma cosa avrà di politico la gestione di un ospedale?), proponendo la pubblicazione dei risultati di concorsi con tanto di classifica e motivazione della scelta.

- E’ chiaro che il Sindaco o il Presidente del Consiglio devono poter scegliere presidenti ed amministratori che condividano la loro linea strategica, ma questo non li esime dall’obbligo di individuare persone che dimostrino – curriculum alla mano – di avere competenza e capacità. Non solo. Molto spesso le strategie “politiche” per gli enti in questione non sono neanche esplicitate e pubblicizzate, con il risultato che nessuno saprà mai se gli amministratori nominati hanno raggiunto gli obiettivi per cui erano stati nominati oppure no. Ad esempio: chi è stato amministratore di Alitalia negli ultimi anni deve essere considerato incompetente e quindi scartato per ogni ulteriore incarico oppure incompetenti erano i politici ? Come risolvere il rebus? E’ semplice: in tre mosse. Primo, l’autorità che ha il potere di nomina definisca pubblicamente quali sono gli obiettivi strategici dell’ente.

Secondo, il Parlamento o il Consiglio Comunale, nomini una commissione composta da persone esperte nella scelta di top-managers, i quali avranno il compito di verificare l’adeguatezza professionale del candidato indicato dall’autorità politica. Questa procedura avrebbe anche il vantaggio di essere un deterrente per i politici alla nomina di persona incompetenti, per evitare che vengano bocciati. E’ una procedura che viene seguita negli Stati Uniti e in Europa. Ad esempio, la candidatura di Rocco Buttiglione a commissario venne bocciata dalla commissione competente.

Terzo, annualmente si renderanno pubblici, in modo comprensibile e trasparente, i risultati in termini economici e qualitativi, confrontandoli rispetto agli obiettivi prefissati, rendendo in questo modo possibile un giudizio sereno sull’operato dei managers.

- Attendiamo che qualche politico coraggioso avvii un programma del genere, che sicuramente gli darebbe un grande seguito. Nel frattempo i giornalisti potrebbero essere un po’ più cattivi. quando trattano di nomine pubbliche e non fermarsi ad indicare che un candidato è in quota ad un partito o all’altro, ma scavare nel loro passato professionale e verificare il loro curriculum. Anche i comuni cittadini possono intervenire, scrivendo ai giornali o a Berlusconi o al loro sindaco.

Vi è un problema di qualità delle persone ma anche di quantità, se una società come A2A, risultato della fusione delle due società eccellenti dell’energia di Milano e Brescia, ha 900 tra consiglieri di amministrazione e sindaci. Naturalmente, di fronte a simili fenomeni di costume – per tornare al Pakistan, alla Cina, all’Australia e alla loro ricerca di personale sull’Economist – bisognerebbe garantire una procedura trasparente che alla fine garantisca la scelta del candidato davvero migliore.

L’effetto Brunettadi GIANNI DE FELICE

set 11th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Istituzioni, Newsletter, Primo piano

Ha reso la trasparenza popolare anche in Italia

“L'opacità del settore pubblico è preoccupante. Si fa di tutto per non far capire chi fa cosa, quando e per quanti soldi. Sono bastate le poche operazioni trasparenza da noi lanciate (mettere on-line stipendi e curricula dei dirigenti, permessi sindacali, consulenze, assenteismo) per fare scandalo. Se n’è parlato per giorni, ma si tratta di cose tutto sommato banali, che dovrebbero essere un normalissimo costume democratico… La produttività degli uffici pubblici non è misurata e meno che mai controllata regolarmente e resa trasparente ai cittadini… Manca la responsabilità nei confronti di clienti e contribuenti; mancano i responsabili, i capi il cui successo, anche economico, dipenda dai risultati… Rendere lo Stato una casa di vetro, dentro la quale il cittadino possa sempre guardare con fiducia e soddisfazione”.

- Quando queste parole, scritte dal professor Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, apparvero in una lettera aperta al “Corriere della Sera” il 26 luglio scorso, l’effetto fu dirompente. Benché distratta dal caro-petrolio e dalle vacanze imminenti, l’Italia si scoprì sotto choc. Era accaduto un fatto senza precedenti. Su un giornale autorevole, una persona autorevole – addirittura un ministro – aveva osato denunciare senza delicati eufemismi le disfunzioni di un moloch onnipotente, intoccabile, sacro come la Pubblica Amministrazione. E soprattutto aveva usato due termini che al moloch fanno venire l’orticaria: “opacità” e “trasparenza”. Due parole con le quali hanno sempre avuto – e ancora hanno purtroppo – scarsa dimestichezza gli italiani in attesa davanti a porte chiuse o in coda a sportelli avari di spiegazioni, liquidati dall’usciere con lo sbrigativo “ritorni quando c’è il capufficio”, respinti col classico “spiacenti, non possiamo dare queste informazioni”, incastrati col “paghi subito e poi, se ha ragione, la rimborseremo quando non si sa”. Trattati insomma da sudditi, chini sotto il basto di ineludibili doveri e spogliati d’ogni effettivo diritto. Diritto non dico ad avere, ma almeno a spere e capire.

Fu un episodio memorabile, forse una svolta nel costume italiano. Il clamoroso “effetto Brunetta” dipendeva non soltanto – come molti pensarono – dal proposito di infrangere alcuni tabù sindacali, ma soprattutto dall’inaudita intenzione di trasformare i palazzi della Pubblica Amministrazione in “case di vetro” e cioè di rendere visibile a tutti tutto ciò che vi si fa dentro. Una dichiarazione di “trasparenza”, che avrebbe suscitato modesta attenzione negli Stati Uniti o nel resto dell’Europa occidentale, ma che in Italia si presentava – nel bel mezzo dell’estate – com una novità sensazionale e inattesa: un’autentica rivoluzione, altro che riforma. Reazione inevitabile in un Paese nella cui cultura non c’è mai stata la “trasparenza” della cosa pubblica in cima ai pensieri dei cittadini. Un Paese che, anzi,, è andato sempre fiero del riserbo e della segretezza come strumento di potere occulto e di irresponsabilità di fatto. Ancora oggi in molti uffici della Pubblica Amministrazione viene considerato un inopportuno disturbo, se non un autentico atto di ostilità, la richiesta la richiesta di documenti o informazioni, pubblici per legge e, nei Paesi più avanzati, facilmente scaricabili da Internet.

Siamo quasi dei debuttanti, su questo fronte. Prima del 1990, quando la legge n. 241 concesse ai cittadini italiani l’accesso agli atti pubblici, non avevamo nel nostro ordinamento nulla che rassomigliasse a “The Freedom of Information Act” americano, che in dodici pagine (versione 2002) fissa con minuziosa precisione i doveri della pubblica amministrazione, i diritti dei cittadini, le sanzioni per chi viola le prescrizioni indicate per la fornitura gratuita di qualsiasi documento pubblico, non secretato per ragioni di sicurezza. Oppure come la Loi de la Information Secteur Publique n.78-753 del 1978, emendata nel 2000, in Francia. O come la Lipad (Loi Information du Public et Accès aux Documents) in Svizzera. Ma neanche l’arrivo della Legge 241/90 inflisse quel colpo veramente decisivo che era nelle speranze e forse nelle intenzioni alla cultura del “segreto d’ufficio”, spesso usato – anche quando non necessario – come paravento per evitare disturbi a manovratori.

- Come spesso succede dalle nostre parti, la legge nacque con riserva incorporata. All’art. 28 chiariva subito: “L’impiegato deve mantenere il segreto d’ufficio. Non può trasmettere a chi non ne abbia diritto informazioni riguardanti provvedimenti od operazioni amministrative…” Domanda: il contribuente, che finanzia con le imposte quei provvedimenti e quelle operazioni, ha o no il diritto di sapere con precisione come sono stati spesi i suoi soldi? Altra domanda: come, a quale costo e in quanto tempo il cittadino riesce a farsi riconoscere il diritto all’accesso per poterlo efficacemente esercitare?

Ma per i gusti della Pubblica Amministrazione italiana la L. 241/1990 restava ancora troppo liberale. E allora il suo art. 24 venne integrato e corretto nel febbraio 2005 con la Legge. N. 15 che, tra l’altro, escludeva il diritto di accesso agli atti nei procedimenti tributari e “nei confronti dell’attività della pubblica amministrazione diretta all’emanazione di atti normaivi, amministrativi generali, di pianificazione e di programmazione…”. Come dire che il cittadino doveva – e tuttora deve, la legge è vigente – restare fuori dall’uscio delle stanze in cui i burocrati pianificano e programmano come spendere i suoi soldi, come organizzare i servizi dovuti, eccetera. E come ancora più esplicitamente conferma il suo quasi incredibile comma 3: “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. Perché? Così, nella nostra democrazia, si rispetta il popolo sovrano? Sembra di risentire Caterina Caselli che canta al cittadino: “Nessuno mi può giudicare / nemmeno tu…”

- Non occorre stilare l’elenco, non breve, di tutte le norme con le quali la Legge del 2005 ha richiuso in buona parte, dopo quindici anni, le porte timidamente dischiuse dalla Legge del 1990. Si già detto abbastanza per capire perché la bandiera della Trasparenza sventolata da Brunetta abbia prodotto uno choc, spaventando gli ipertutelati addetti ai lavori e inebbriando gli italiani storicamente bendati. Difficile prevedere quale potrà essere in concreto l’effettiva portata delle riforme che il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione ha in animo di varare. Ma il solo effetto mediatico si è per ora rivelato straordinario. Non si era mai parlato tanto di trasparenza dell’amministrazione pubblica come in questi mesi.

Ci sono tanti significativi segnali. Il ministro dell’Istruzione ha messo on line il bilancio del suo ministero, annunciandolo con un comunicato. Brava Gelmini, grazie, ma dovrebbe essere procedura normale per tutti gli enti pubblici, prassi di routine come chiudere gli uffici la domenica. L’assessore Mascaretti del Comune di Milano ha realizzato, in nome della trasparenza, uno studio su costi e loro ripartiozione dei corsi comunali di formazione e chiede di pubblicarlo su questa newsletter: bravo, grazie, ma dovrebbe essere prassi di tutti gli assesorati di tutti i Comuni. Niente come il radicarsi di questa attenzione per la trasparenza rende Civicum fiero della intuizione che i suoi fondatori ebbero cinque anni fa e dei risultati che la loro azione, di puro volontariato civico, comincia a ottenere. Grazie anche a Renato Brunetta, oggi Civicum fa meno fatica a spiegare qual è l’obiettivo della sua azione. La “trasparenza” è diventata popolare anche in Italia: cinque anni fa se ne parlava solo nelle vetrerie.

In carcere lavoro carodi MONICA CALI

set 11th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Costume e Cultura, Giustizia, Istituzioni, Newsletter, Primo piano, Sicurezza

Con meno burocrazia si risparmia e si redime: la prova a Padova

L’aroma di vaniglia accompagna il mio ritorno. Non da una vacanza esotica, ma dal carcere “Due Palazzi” di Padova. Dove una squadra di detenuti-pasticceri sforna quotidianamente dolcissime leccornie che potete trovare nei migliori ristoranti e bar della città: a cominciare dal celebre caffé Pedrocchi, quello che “non chiude mai”. Sono così bravi che non vendono solo, vincono pure: il Piatto d’Argento dell’accademia della Cucina Italiana, ad esempio, con un panettone giudicato il migliore d’Italia.

Non sono una pasticcera. Neanche una detenuta. Frequento quel carcere come Giudice di Sorveglianza. E ho annotato alcune osservazioni, che mi sembra utile far conoscere: anche un carcere dev’essere “trasparente”, no? Bene, al “Due Palazzi” non si sfornano solo dolci. Ma anche valige per rinomate marche, gioielli per prestigiose griffe, manichini per la moda. Si pratica giardinaggio e si elaborano prodotti cartotecnici: ora, per esempio, quelli per i sette secoli della cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto.

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Non mancano le attività modernissime: come il secondo call center nazionale intramurario (il primo è a San Vittore) e il primo telemarketing e teleselling gestito in un carcere. Ovviamente i detenuti che possono uscire in permesso sono impiegati all’esterno: manutenzione del verde, pulizia civile e industriale, raccolta rifiuti, operazioni cimiteriali. Ma la prima che vale la pena di annotare è che, su 700 detenuti circa, soltanto un centinaio lavorano. Potrebbero essere di più. E sarebbe utile – per la società civile – che fossero di più.

E’ dimostrato che il lavoro ispira ai detenuti un sentimento di realizzazione personale, fondato tra l’altro su un nuovo rispetto proprio e altrui, oltre che una valutazione positiva di sé. Il lavoro “vero” favorisce inoltre – ed è questa l’osservazione più importane – la diminuzione del tasso di recidiva. Oggi è intorno all'80%. Cioè: ogni 10 detenuti che escono dalle carceri, 8 vi rientrano. E sapete perché? Perché, una volta in libertà, solo il 10% degli ex detenuti trova lavoro. Chi non vi riesce, cioè il 90% ripiomba, per sopravvivere, nella illegalità. Fenomeno confermato da un’indagine sui detenuti-lavoratori del “Due Palazzi” di Padova: il loro tasso di recidiva scende al 15%, negli ultimi anni e recentemente monitorato al l’1%. Pensate: se questo fosse il tasso di recidiva nazionale, avremmo 5.800 detenuti in meno e lo Stato risparmierebbe 510 milioni di euro all’anno.

Se non si riesce a recuperarlo alla società, il detenuto quando esce torna a delinquere peggio di prima. Ogni detenuto costa alla società 300 euro al giorno, il sistema carcerario costa 6 miliardi di euro l'anno. Puntare alla rieducazione dei detenuti, anche con lo strumento del lavoro, non è questione di buonismo, ma è una via conveniente economicamente e socialmente. La mia esperienza di quindici anni di Sorveglianza mi fa guardare a Padova, come a una esperienza eccezionale, con pochi altri esempi in Italia.

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Su più di circa 55.000 detenuti, 12.000 lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (come spesini, scopini, portavitto, un tipo di lavoro “strumentale”, che ha innanzitutto il fine di sottrarre all’inattività i detenuti e si concretizza per lo più come attività routinaria svolta a rotazione). Meno di 650 svolgono un lavoro “vero”, alle dipendenze di Imprese sociali o aziende private.

Perché così pochi? I primi ostacoli arrivano proprio dall’ordinamento penitenziario. L’accesso al lavoro (e dunque al trattamento) è interdetto a certi detenuti che non hanno finito di espiare condanne per reati molto gravi o le cui pene superano certi limiti in termini di anni. Inoltre non può lavorare chi è detenuto in attesa di primo giudizio. Mentre non appare conveniente far lavorare chi deve scontare una pena molto breve (sei, otto mesi): sarebbe troppo costoso e inutile, visti i tempi di formazione, avviamento eccetera.

La burocrazia trova in carcere la sua massima espressione. Occorre imparare linguaggi, logiche, percorsi del Ministero della Giustizia, dell’Amministrazione Penitenziaria, dei Servizi Sociali, delle Amministrazioni locali. Bisogna conquistarsi la fiducia di istituzioni (Banche , Casse di Risparmio) che finanzino i progetti di lavoro e riconoscano un’impresa come valida interlocutrice del mondo del carcere. Senza queste reti, ogni intervento diventa marginale, rischia di essere tempo perso.

Oltre ai limiti imposti dall’attuale legge, le aziende sono scoraggiate dall’intraprendere simili iniziative, perché “dare lavoro al carcere” potrebbe rivelarsi molto dispendioso in termini economici e di tempo. Risulta arduo e anche costoso dover osservare proprio in carcere (spesso trattasi di strutture fatiscenti, vecchie e obsolete) normative quali la 626 e il controllo di qualità.

Dare lavoro “vero” ai detenuti non è come darlo a un cittadino libero: costa tempo, fatica e denaro. Parliamo di soggetti che quasi sempre nella vita hanno vissuto di espedienti, non conoscono regole, orari, gestione del tempo lavorativo, gestione dei tempi di lavorazione. Tra assicurazione, vitto e un minimo di retribuzione, siamo a circa 150 euro al giorno, se non di più. E il tempo della formazione è lungo. Queste persone devono diventare autonome (spesso l’uscita dal carcere è vissuta come un incubo: tante esigenze spicciole, tipo procurarsi i documenti, libretti sanitari, libretti di lavoro, e senza soldi tutto diventa più difficile). La cosa più difficile per un detenuto che si accinge ad uscire è proprio quella di iniziare un primo lavoro.

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Ai costi si aggiungono le procedure. Far lavorare un detenuto implica passaggi impensabili nei normali cicli produttivi, che allungano tempi e appesantiscono ancor più i costi. Pensiamo, per esempio, al lavoro straordinario degli agenti di custodia che devono piantonare i detenuti durante le lavorazioni in carcere, al mantenimento di un ufficio sociale che dialoghi con la direzione e gli educatori, il tempo imposto dagli inevitabili controlli di sicurezza (quali operazioni di ingresso e di uscita).

Così le spese generali diventano altissime e i tempi di lavorazione non si adattano alle esigenze delle aziende private. E’ vero che la Legge Smuraglia con la defiscalizzazione e il credito d’imposta ha reso più basso il costo del lavoro carcerario, ma i suoi costi aggiuntivi e indiretti sono tali da non poter essere coperti da queste agevolazioni.

Allora, non resta che arrendersi? No, credo che sia possibile migliorare la situazione. Come magistrato di sorveglianza, ritengo auspicabile una riforma dell’ordinamento penitenziario che semplifichi il sistema dei benefici di legge (oggi molti e sovrapponibili), snellendo le procedure per l’ammissione al lavoro dei detenuti e consentendo a più soggetti di poter usufruire di questa opportunità.

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Reputo inoltre necessario spostare il peso della formazione su “imprese sociali” non condizionate da esigenze di mercato e di profitto, ma dedicate solo all’addestramento di detenuti-lavoratori. Penserei a compagnie no profit, aderenti per definizione a modelli organizzativi e culturali che producono servizi di qualità coniugandoli con scopi umanitari. E non tralascerei la strada dell’agevolazione fiscale, come incentivo per le aziende private, per la collaborazione con l’Amministrazione Penitenziaria.

Il carcere di Padova propone un modello positivo che ha avuto anche un chiaro riconoscimento da parte di UE e ONU, in occasione di una giornata dedicata alla presentazione di Squisito, la rassegna enogastronomica internazionale promossa dalla comunità di San Patrignano. L’esperienza padovana è stata salutata come un esempio concreto di sussidiarietà applicata, proveniente dal carcere, che può contribuire in modo determinante a risolvere il problema della sicurezza, che merita di essere esportato.

Tutta Europa ha un problema di Giustizia, in tutta Europa esiste il problema di una recidiva che sfiora il 90%. E’ necessario dunque attingere a progetti positivi, come questo del carcere di Padova, non ancora riscontrabile, in questa formula, negli Istituti di pena europei. D’altronde, è l’organizzazione del sistema carcerario che misura il livello di democrazia di un paese.

TRASPARENZE PRIVATE E PUBBLICHE OPACITA’

lug 10th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Istituzioni, Primo piano
CIVICUM AL CONVEGNO FIORENTINO DELLA “ COSPIRAZIONE LIBERISTA ” E’ il titolo della relazione di Federico Sassoli de Bianchi ad economisti, studiosi e amministratori italiani e americani, ospiti a Villa La Pietra della New York University, per uno “Stato più efficiente e più leggero” “Riformare l’Italia? Suggerimenti dalla cospirazione liberista”. E’ il titolo, un po’ provocatorio ma di esemplare chiarezza, del convegno di economisti, studiosi e amministratori pubblici, organizzato il 3 e 4 luglio da Noise from Amerika, in cooperazione con Analysis, Adam Smith Society, CERM, Civicum, Istituto Bruno Leoni, e grazie al supporto della New York University, che ha messo a disposizione la suggestiva sede di Villa La Pietra, a Fiesole. Obiettivo dei partecipanti: trovare vie e mezzi per influenzare l’Esecutivo su poche, specifiche azioni concrete in queste categorie, che il professor Carlo Maria Pinardi, presidente di Analysis, così puntualmente indica: “Prima. L'abbattimento del ‘costo Paese’. Ovvero la rimozione di tutto ciò che rende costoso e lento il nostro paese. A danno dei suoi cittadini. E perciò non solo nelle amministrazioni pubbliche. Seconda. L'attrattività del paese. Ovvero come rendere attrattivo il nostro paese a selezionati capitali e talenti. Rimuovendo nel contempo le condizioni favorevoli alle organizzazioni ed ai singoli che diminuiscono il valore del paese. Per esempio le organizzazioni criminali”. Relatori prestigiosi “Terza. L'asimmetria informativa. Si tratta – continua Pinardi – dei rapporti fra gli individui, dell'applicazione del principio balance of power, di difficile traduzione, ma che implica una maggiore responsabilità del più forte nei confronti del  più debole. Per esempio, chi guida un'auto è più forte e più protetto di un pedone; chi guida una macchina non acquisisce il diritto di schiacciare il pedone, né il pedone può essere schiacciato dall'auto per il solo fatto che essa è più robusta, veloce e dura. Al contrario l'autista acquisisce la responsabilità di prevenire i possibili danni provocati dalla sua "forza"; quand'anche essa non sia stata prevista e nemmeno considerata dal pedone sprovveduto che attraversa la strada non avvisato delle cautele da tenere.  Un altro esempio: considerando che già ora i produttori di auto sono obbligati a prevenire, o risarcire, i danni provocati dai difetti dei loro prodotti, si potrebbe pensare di estendere il principio ai servizi”. Nel pur vasto panorama degli interessantissimi temi sviluppati da relatori e commentatori di prestigioso livello internazionale, fra i quali Gianfranco Pasquino dell’Università di Bologna, Michele Boldrin della Washington University di St. Louis, Franco Debenedetti parlamentare del PD, Alberto Nahmijas vicesegretario generale di AGCM, Leonello Tronti consigliere economico del Ministro della Funzione Pubblica, Tea Albini assessore alle risorse finanziarie del Comune di Firenze, Davide Grignani docente della LIUCC e membro del comitato esecutivo di Civicum, ha riscosso particolare consensi la relazione del presidente di Civicum, Federico Sassoli de Bianchi, su “Trasparenze private e opacità pubbliche”. Inefficienze e sprechi Non poteva essere diversamente in un consesso mirante a ottenere – come ha ricordato Davide Grignani – “un sistema paese più snello, uno Stato più leggero, una mira puntata non solo sulla quantità ma soprattutto sulla qualità”. Sassoli ha dimostrato con convincente logica e documentati esempi le difficoltà, gli sprechi, i ritardi, i disservizi imposti al Paese dalla logica della non trasparenza, dalla mancanza di comunicazione e chiarezza in tanta azioni della mano pubblica; in particolare nella rendicontazione delle spese, nell’indicazione degli effettivi rapporti fra spese annunciate e spese effettivamente fatte, fra spese sostenute e qualità dei servizi realmente resi al cittadino. Il presidente di Civicum ha sottolineato altresì che la Fondazione, rigorosamente apolitica, persegue scopi non di denuncia e protesta, ma di elaborazione e di proposte, in collaborazione con le Istituzioni nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini. A questa vocazione di Civicum si sono dimostrati particolarmente sensibili l’assessore fiorentino Tea Albini e Leonello Tronti, consigliere economico del ministro Brunetta.

ISTAT Le statistiche coi fichi secchi

giu 12th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Costume e Cultura, Istituzioni, Primo piano
RIFORME PERL’ INDIPENDENZA MA ANCHE SOLDI PER LAVORARE Politica della lesina anche con un servizio essenziale per la trasparenza pubblica – Confronti significativi - Per l’omologo istituto spagnolo (40 milioni di abitanti) lavorano 3.900 persone, per quello olandese (16,5 milioni ab.) 2.513 – L’istituto italiano (58 milioni ab.) ha 2.200 dipendenti di Gianni de Felice Non abbiamo esitato ad accogliere e sottolineare i rilievi recentemente mossi da Fiorella Kostoris, docente di economia politica alla Sapienza, a riguardo dei troppo stretti rapporti tra la commissione di Garanzia dell’Informazione Statistica e l’Istat, suo principale controllato; nonché l’appello della professoressa per una sostanziale riforma del nostro sistema centrale di rilevamento statistico. Le cifre, specialmente se ufficiali, pretendono una trasparenza assoluta per essere credibili e la trasparenza è l’obiettivo fondamentale dell’azione di Civicum. Dunque, non potevamo non occuparcene e non tornare adesso, con qualche nuovo elemento, sul tema. Osservazioni sul “paniere” Tanto più che, con tutto il rispetto per il rigore scientifico dei suoi metodi, l’Istat non gode purtroppo di cieca fiducia da parte dell’opinione pubblica, soprattutto per il tradizionale ottimismo in fatto di inflazione. I suoi dati appaiono quasi sempre inferiori, e non di qualche decimale, alla più realistica percezione che gli italiani avvertono quando vanno al mercato, entrano in un negozio, si fermano alla pompa di benzina, pagano l’affitto o il treno o il francobollo. Sulla composizione del suo “paniere” si avvicendano da anni curiosità insoddisfatte, vivaci polemiche e sarcastiche ironie, che le pur fondate spiegazioni tecniche non riescono a dissipare. Furono diffidenti osservazioni quelle che accompagnarono, qualche anno fa, la constatazione che si pretendeva di misurare la spesa degli italiani anche con il prezzo delle “fotocamere digitali”, prodotto fulmineamente inserito nel “paniere” quando il mercato mondiale dei pixel cominciò a scannarsi al ribasso per effetto della superproduzione cinese e della crescente economicità della tecnologia. E anche oggi gli italiani potrebbero essere forse colti da non lieve stupore, se sapessero che nel “paniere” del 2008 sono entrati il “navigatore gps” e i “giochi elettronici per consolle”, che non sembrano precisamente generi di prima necessità. Discussione inutile Ma non possiamo limitarci a maneggiare “con prudenza” le cifre ufficiali o imitare quei politici che, come lamenta proprio il presidente dell’Istat, Luigi Biggeri, sbandierano le cifre dell’Istituto quando confortano le loro tesi e le contestano nel caso contrario. I centri di statistica ufficiale assolvono una funzione socio-econometrica importantissima. Metterli in discussione è non solo inutile, ma soprattutto dannoso. In particolare in un paese come il nostro, nel quale – è ancora Biggeri a dirlo – “la cultura statistica è più bassa che in qualunque altro”. Se davvero i dati che fornisce l’Istat non convincono, più che respingerli, bisogna potenziare la struttura che li produce cominciando col porsi due domande essenziali. Due domande Prima: è stato fatto tutto, affinché l’Istat abbia una configurazione oggettivamente estranea, lontana e indipendente da influenze pubbliche e private? Seconda: è stato fatto tutto affinché l’Istat disponga di risorse adeguate a garantire un grado di efficienza, profondità e completezza in linea con le esigenze di un paese moderno e bene organizzato? Alla prima domanda ha già risposto, come visto nella nostra ultima newsletter, la professoressa Kostoris. Il presidente della commissione di Garanzia (controllante) siede nel consiglio dell’Istat (controllato) e il presidente dell’Istat siede nella commissione di Garanzia. Il gettone di presenza ai membri della commissione di Garanzia (controllante) viene “trasmesso” dall’Istat (controllato). Non è detto che questo intreccio produca sicuramente effetti negativi per il lavoro dei due soggetti e si può ritenere che sia legittimamente compatibile con norme e prassi del nostro ordinamento. Ma certamente non sembra fatto apposta per rafforzare la fiducia dei cittadini – già scossa da opache confusioni di ruoli in tanti altri settori – nelle statistiche ufficiali. E neanche quella di Fiorella Kostoris, che ha infatti esplicitamente sollecitato la riforma del sistema delle statistiche pubbliche italiane. Cura dimagrante Alla seconda domanda rispondono alcuni facili, e poco entusiasmanti, confronti. Senza scomodare i grandi apparati pubblici di Francia, Germania e Regno Unito, possiamo commisurare il nostro Istat con le omologhe strutture di due paesi europei vicini per dimensione economica al nostro: Spagna e Olanda. Ebbene, l’Instituto Nacional de Estadistica di Madrid controlla le cifre di un paese di 40 milioni di abitanti con 3.900 dipendenti e un budget di 400 milioni di euro. Il Bureau Central voor de Statistiek olandese controlla le cifre di un paese di 16,5 milioni di abitanti con 2.513 dipendenti e un budget di 340 milioni di euro. L’Italia pretende di controllare le cifre dei suoi 58 milioni di abitanti con un budget di appena 170 milioni di euro e 2.200 dipendenti: erano 2.700 nel 2001, poi è cominciata la cura dimagrante. La realtà – visibile in tutta la sua impietosa trasparenza – è che anche l’Istat deve andare avanti in regime di lesina e arretratezza, come quasi tutti i nostri servizi statali e parastatali: le statistiche coi fichi secchi. Qualcuno potrebbe osservare che, l’efficienza di un istituto centrale di statistica, non la si misura coi milioni del budget e col numero dei dipendenti. Può darsi. Ma in questo caso si dovrebbe pensare che spagnoli e olandesi siano, rispetto al nostro parsimonioso investimento, folli spreconi e pigri inefficienti. Ipotesi, visti i risultati, assai difficile da condividere.

Atto di coraggio Motivo di speranza

giu 12th, 2008 • Categoria: Comuni, Conti pubblici, Istituzioni, Primo piano
di  Federico Sassoli de Bianchi Presidente di Civicum Napoli che ha tenuto banco sulle pagine dei giornali per il dramma dei rifiuti, avrà la possibilità nei prossimi giorni di apparire per il coraggio del suo Sindaco nell’ avviare, prima in Italia tra le grandi città, un’ operazione Trasparenza non solo nei conti ma anche nella efficienza ed efficacia dei servizi comunali. Ne hanno parlato Draghi, Brunetta, Marcegaglia, tutti concordano sulla necessità di confrontare la pubblica amministrazione con criteri di efficienza ed efficacia sviluppando opportuni indicatori. Nelle  grandi città Civicum inizia  a farlo, con il supporto scientifico del Politecnico di Milano e la collaborazione delle amministrazioni di Milano, Napoli, Roma e Torino. Il Sindaco Rosa Russo Iervolino e l’ Assessore al Bilancio Enrico Cardillo sono stati i primi a cogliere la sfida ed accettare di presentare pubblicamente i dati comparati sui servizi del Comune cominciando da quelli per i bambini. Non è sufficiente un bilancio chiaro e comprensibile? Perché è fondamentale che siano elaborati e resi pubblici gli indicatori di efficienza ed efficacia? Perché dal bilancio posso capire dove vanno le risorse ma, se voglio capire se ci sono sprechi o dove bisogna agire per migliorare i servizi ho bisogno di informazioni più dettagliate, che mettano in relazione i costi con la quantità prodotta. Ad esempio il costo per ogni kilometro di strada asfaltata, oppure per ogni posto di asilo nido offerto. Se una città spende molto più di un’altra per produrre la stessa quantità di servizio, probabilmente  può farlo anche riducendo i costi. Presentare in contemporanea i costi del Comune in modo comprensibile e confrontare le risorse dedicate ai vari settori con i risultati ottenuti, è una piccola risoluzione nel modo di amministrare le nostre città. Il convegno, organizzato da forze napoletane, la Fondazione Mezzogiorno Europa e Cittadinanzattiva dimostra che vi sono a Napoli forze capaci di impegnarsi in quella che è la madre di tutte le battaglie, quella per la Trasparenza. A questo punto non conta se il Comune risulta migliore o peggiore nelle classifiche. Sul tema della Trasparenza a Napoli il Comune sta per compiere il primo passo, ora tocca alla società civile fare la sua parte appoggiando esplicitamente questa iniziativa, chiedendo di continuare l’ esperimento, allargandone gli orizzonti, anche con l’ adozione da parte del Comune del modello di rendiconto preparato da Civicum sulla base delle migliori esperienze internazionali. Soprattutto si deve evitare di disperdersi in una sterile disputa sui punti positivi o negativi dell’ azione passata e sui responsabili. Individuare le responsabilità passate è certamente doveroso, ma più urgente è concordare sulle cose da fare. Quando si tocca il fondo si può trovare  il punto di appoggio per darsi la spinta e risalire. Il punto di appoggio per Napoli  è la comprensione e la condivisione della realtà, (cominciando dalla istituzione più vicina alla gente: il Comune) e di quanto è necessario fare per riportare la città al livello delle altre metropoli italiane, assumendosi ciascuno la propria responsabilità.

Statistiche di Stato e curiose normative

mag 29th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Costume e Cultura, Istituzioni, Primo piano, Servizi generali, Stato
SVELATE DA FIORELLA KOSTORIS In un’intervista al “Corriere” l’ex moglie di Padoa Schioppa, ordinaria di economia politica alla Sapienza, dice: “Alla Commissione europea i conti italiani risultano attendibili solo alla quinta revisione. E il gettone di presenza alla Commissione di garanzia dell’Informazione Statistica è trasmesso dall’Istat” di Gianni de Felice “Se parliamo di finanza pubblica, cioè dei dati che sono alla base delle politiche economiche e del Patto di stabilità e crescita europeo, la mia risposta (alla domanda: che fondamento hanno le critiche che vengono mosse all’Istat? – n.d.r.) sta in un documento della Commissione europea del febbraio 2007: dall’analisi dei dati sul deficit pubblico trasmessi a Bruxelles tra il 1994 e il 2006, quelli italiani risultano sistematicamente sottostimati e solo alla quinta revisione raggiungono il grado di attendibilità che i francesi garantiscono fin dalla prima trasmissione”. A pronunciare questo severo giudizio sulla trasparenza dei conti dello Stato italiano, in un’intervista pubblicata da “Corriere economia” del 26 maggio, non è uno straniero che non ci ama, un Martin Schultz per esempio, ma la professoressa Fiorella Kostoris, ordinaria di economia politica all’università La Sapienza di Roma ed ex moglie di Tommaso Padoa Schioppa. Una persona informata sui fatti. C’è qualcuno che si sente ancora di sostenere che la trasparenza non sia un’esigenza primaria per restituire credibilità a un Paese, pescato sempre più spesso con le dita nella marmellata dei conti truccati? La domanda è tanto più giustificata se, nella stessa intervista al “Corriere economia”, la professoressa Kostoris scopre un altro altarino, conosciuto – forse – soltanto dagli addetti ai lavori e quindi sconosciuto alla stragrande maggioranza degli italiani. Sentite. Sempre parlando dei numeri che dà l’Istat, la professoressa Kostoris spiega: “In Italia c’è una Commissione per la Garanzia dell’Informazione Statistica, formata da eccellenti studiosi, che tuttavia ha problemi di governance. Le norme istitutive non hanno stabilito la terzietà della Commissione rispetto all’esecutivo. In aggiunta, la commissione fra vigilanti e vigilati è del tutto inappropriata: il presidente della Commissione è membro di diritto dell’organo che amministra l’Istat, il presidente dell’Istat partecipa ai lavori della Commissione e il gettone di presenza dei commissari è trasmesso dall’Istat”. In parole meno eleganti, l’organismo che deve garantire la genuinità delle statistiche ufficiali è pagato dall’istituto delle statistiche ufficiali. Conflitto di interessi? Ma, no: sinergie! Coraggio, Brunetta. Per arrivare alla trasparenza pubblica di un paese serio c’è tanto lavoro da fare. Per ora abbiamo cominciato a svuotare il mare con un secchiello.

FORZA BRUNETTA ! La trasparenza finalmente arriva al governo

mag 29th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Istituzioni, Primo piano, Stato
LA NOSTRA MISSIONE TROVA GRANDI ALLEATI Complimenti al ministro della Funzione Pubblica che, comunicando stipendi e assenze, ha cominciato con fatti e non parole l’Operazione Trasparenza. Dobbiamo sostenerlo perché la battaglia non ancora è vinta: ricordiamoci delle “liberalizzazioni” di Bersani di Federico Sassoli de Bianchi Presidente di Civicum Complimenti al ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta,  perché ha cominciato l’Operazione Trasparenza non con parole ma con un fatto: pubblicando su internet stipendi e assenze dei dirigenti del suo ministero . In futuro vuole portare  in rete obiettivi, valutazioni e indicatori  di spesa e qualità. La battaglia  di  Civicum di diffusione di una cultura della trasparenza e della rendicontazione comincia a dare i suoi frutti. Possiamo essere soddisfatti? Non ancora. Azionisti dello Stato Fa bene al cuore sentire dal ministro temi e parole che andiamo promuovendo da anni : “I  cittadini  sono gli ‘azionisti’ dello Stato, e devono avere le stesse informazioni che vengono prodotte dalle società quotate“, ha affermato Brunetta. E’ certamente positivo che la grande maggioranza dei dirigenti abbia dato il consenso a far pubblicare i propri stipendi ( ma 13 non lo hanno dato) e che siano stati pubblicati gli importi dei premi legati ai risultati ( spesso uguali per tutte le posizioni dello stesso livello  ) e delle assenze ( da migliorare con formati più omogenei per i vari settori) . Ancora meglio sapere che l’obiettivo del ministro è far recuperare al sistema pubblico il 30–40 % di efficienza attraverso incentivi e sanzioni per i comportamenti improduttivi. Fantastico ! Questo è il punto. Punire i fannulloni è giusto, ha certamente un effetto positivo sui tanti che lavorano seriamente ed è stato astuto porre la questione in termini comprensibili a tutti e difficilmente difendibili da sindacati e politici. I fannulloni sono però la punta dell’iceberg : il grosso del problema è l’inefficienza diffusa in quasi tutta la Pubblica Amministrazione. Sono i tanti che lavorano per produrre poco. Migliorare l’efficienza vuol dire cambiare il modo di operare dello Stato. Ci riuscirà? Il ricordo della “lenzuolata” di liberalizzazioni di Bersani,  in gran parte arenate  per l’opposizione dei vari gruppi di interesse, è ancora forte. Anche lì si era all’inizio del cammino di un nuovo governo e le aspettative erano alte. Cosa imparare allora dai passati insuccessi  e in che modo superare le resistenze che certamente saranno fortissime ? Alcune proposte E’ previsto a breve un tavolo con i sindacati per la revisione dei contratti pubblici. Notoriamente il potere politico è  debole rispetto alle pressioni dei sindacati Pubblici. La determinazione di un ministro può non bastare. Brunetta renda trasparente anche questa trattativa invitando a farne parte  le associazioni che rappresentano i cittadini consumatori dei servizi pubblici e azionisti dello Stato. Oppure trasmetta in diretta su internet le riunioni. Il costo è nullo e in questo modo si attenuerebbero le posizioni sindacali prettamente corporative, più difficilmente difendibili. Bisogna creare forze antagoniste che siano interessate a realizzare la trasparenza almeno altrettanto  di quanto lo sono certi gruppi di interesse a bloccarla. Per questo bisogna quantificarne i frutti e attribuirli per avere degli alleati. Non basta un’ indicazione generale. Quanti miliardi si vogliono risparmiare ? A chi andranno ? Che premi avranno i dipendenti pubblici che riusciranno a realizzare questo piano?  Di quanto si possono ridurre le tasse e a chi? Quali nuove infrastrutture si possono realizzare? L’impegno all’efficienza nello Stato non può allora essere del solo ministro della Funzione Pubblica, ma deve essere di tutto il Governo e del Premier in particolare. Benvenute idee e suggerimenti E’ necessario inventare occasioni, situazioni, strumenti che diano alle istituzioni la possibilità di aprirsi ai cittadini e a questi ultimi di cominciare a comportarsi da “azionisti”, interessandosi alla gestione dei beni comuni. Su questo fronte, benvenute le idee e le proposte. Pronti a valutare ogni suggerimento, ritorneremo sul come dove e quando realizzare qualcosa che esprima a voce ancora più alta, e rafforzi su concrete basi di seguito e consenso, quella domanda di trasparenza ed efficienza rivolta alle istituzioni. Ma intanto non lasciamo solo Brunetta. Facciamogli sentire il peso dei milioni di italiani che condividono la sua battaglia. Forza, ministro!

Il “popolo italiano” non può saper neanche ciò che è stato deciso in… “nome” suo!

mag 19th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Istituzioni, Servizi generali, Stato
CASO CURIOSO E SCONOSCIUTO Il Tar del Piemonte e poi il Consiglio di Stato hanno negato a un’associazione di contribuenti il diritto di accedere tutte le sentenze emesse dalle Commissioni Tributarie piemontesi di  Alberto Arrigoni 'Commissione Nazionale norme di comportamento tributarie' In nome del popolo italiano (ma non facciamoci sentire!). Quando secoli fa veniva pubblicato “Del primato degli italiani” il Guicciardini non pensava che tale primato si sarebbe prolungato nel tempo. L’Italia è l’unica nazione europea che ha istituito una autorità garante dei dati personali e della difesa della privacy di cui ci facciamo tutti vanto ed a volte utilizziamo come miope barriera. Il fatto Taluni contribuenti hanno richiesto, tramite una propria associazione, di poter accedere a tutte le sentenze emesse “In nome del popolo italiano” dalle Commissioni Tributarie del Piemonte, sentenze emesse da un organo giurisdizionale che definisce con sentenze controversie tributarie. A fronte del rifiuto hanno chiesto l’accesso con ricorso al TAR Piemonte che ha respinto la domanda (sentenza 3500/2007) ed hanno proposto ricorso in appello al Consiglio di Stato che con la decisione 1363/2008 ha confermato la sentenza del TAR e negato il diritto all’accesso. Il motivo Il motivo? Eccolo: trattandosi di provvedimenti giurisprudenziali, le sentenze -  peraltro pubbliche - non sono tra i provvedimenti amministrativi nei confronti dei quali si possa pretendere il diritto all’accesso in base alla legge posta a base della richiesta. Siamo in presenza di una esasperazione “bizantina” del concetto del diritto come possibilità di negare anche l’evidenza! Lo spauracchio Se un atto è pubblico, e tale deve essere una sentenza emessa “In nome del popolo italiano”, anche se ne viene richiesta copia sbagliando la domanda non si può affermare che non è un atto conoscibile; perché se la domanda fosse stata svolta in altra forma lo stesso atto sarebbe diventato a conoscenza diffusa! Ecco allora due pesi e due misure per la stessa fattispecie, solamente condizionata dall’ottica della visione specialistica da carbonari, con il generale spauracchio della difesa dei dati (i nomi delle parti!).

Le 5 regole per avere credibilità

mag 19th, 2008 • Categoria: Istituzioni, Primo piano, Stato
COME IL NUOVO GOVERNO PUO’ EVITARE I VECCHI VIZI L’Esecutivo indichi dieci obiettivi, chiari e misurabili, da realizzare nei prossimi sette-dieci anni. Controllo trimestrale da Autorità indipendente dell’avanzamento del programma, con comunicazione ai cittadini. Se si registrano ritardi, sostituire Ministro o dirigenti responsabili con altri di eguale matrice politica ma di maggiori capacità. di Federico Sassoli de Bianchi Presidente di Civicum “Se non sai dove vai non ci arriverai mai!” E’ la prima regola che insegnano nei corsi di strategia. Tremonti, ministro dell’Economia e ideologo ufficioso del PDL scrive nel suo ultimo libro che “è necessario un piano a vent’anni per l’Europa”. Padoa Schioppa, ministro uscente dell’Economia, dichiara al Corriere: “E’ necessario un piano a dieci anni per rilanciare l’Italia”. Gli risponde Tremonti: “Lo possiamo fare in meno tempo”. Bene, che il Governo allora indichi al Paese 10 obiettivi chiari e misurabili, da realizzare nei prossimi 7 / 10 anni. Coinvolgimento e convinzione E’ diritto dei Cittadini conoscere dove si vuole andare. E’ dovere dell’Esecutivo svolgere la propria funzione di guida e rendere partecipi i Cittadini informandoli, coinvolgendoli e, soprattutto, convincendoli che quegli obiettivi saranno realizzati. Senza questa convinzione in una democrazia non si raggiungono grandi mete, ne’ si avvia il processo virtuoso per cui una profezia si realizza proprio perché tutti ci credono. Ecco come fare per essere credibili: 1. - Gli obiettivi siano chiari, quantificabili, con delle scadenze e, possibilmente, con i nomi dei  responsabili dell’attuazione. 2. - Vengano indicate, per ogni singolo obiettivo, delle tappe intermedie che indichino ogni trimestre dove bisogna essere per arrivare puntuali a destinazione. 3. - Ogni trimestre si facciano verifiche da parte di un’Autorità indipendente e si dia risalto alla rilevazione sui media. Voto palese 4. - Se sono necessari provvedimenti legislativi, il Governo chieda la fiducia facendo sì che, attraverso la votazione con voto palese, ogni parlamentare si assuma la propria responsabilità. 5. - Se per tre trimestri consecutivi si registra un ritardo, il Ministro o i dirigenti responsabili siano rimossi e sostituiti da altri della stessa provenienza politica, ma con maggiori capacità. Questo è il punto che darebbe maggiore credibilità a tutta l’operazione. E’ anche il più difficile da realizzare.