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Istruzione

Incalcolabile il vero costo di Istruzione e Giustiziadi GIANNI DE FELICE

dic 4th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Diritto e giustizia, Istruzione, Newsletter, Primo piano, Stato

Sono 42.000 gli edifici scolastici a carico di Comuni e Province, sono 850 i Comuni sedi di uffici giudiziari: praticamente impossibile sommarne gli oneri ai budget per gli stipendi

Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha reso noto qualche mese fa che circa il 97% del budget del suo ministero è assorbito dalle retribuzioni del personale. Improbabile che il restante 3% sia sufficiente per mantenere e gestire tutta l’edilizia scolastica ammontante, secondo la specifica “anagrafe”, a circa 42.000 immobili. Compreso quello del liceo Darwin di Rivoli (Torino), dove è venuto giù un controsoffitto e il pesante tubo di ghisa che vi era adagiato ha ucciso uno studente diciassettenne e ferito altri. Sull’episodio indaga la magistratura. Sullo scenario, che dichiarazioni ministeriali e tragedia torinese aprono, qualcosa merita di esser chiarito, per dovere di trasparenza, ai tanti cittadini che ne sanno meno di nulla.

A prima vista si constata che, essendo tutt’altro che semplice calcolare costi e oneri dei 42.000 immobili di tutta l’edilizia scolastica, diventa praticamente impossibile stabilire quanto ancora debba essere aggiunto a quel 97% del budget ministeriale assorbito dalle retribuzioni, per arrivare al vero totale che l’Italia spende ogni anno per la voce “Istruzione”. E’ una situazione analoga a quella della voce “Giustizia”, per la quale bisogna aggiungere, al budget assorbito dalle retribuzioni al personale dipendente dal ministero, gli oneri e i costi dell’edilizia giudiziaria e penitenziale gravanti sulle tasche dei contribuenti attraverso altre amministrazioni. Anche in questo caso alla domanda “quanto ci costa fare giustizia?” è praticamente impossibile dare risposta.

Ufficialmente, la ragione per la quale quasi tutti gli edifici scolastici non gravano sul ministero dell’Istruzione e gran parte di quelli giudiziari non gravano sul ministero della Giustizia è attribuita a un criterio di decentramento e di territorialità. Un criterio che tuttavia – come le cronache troppo spesso confermano – non garantisce né uniformità né efficienza e comunque impedisce un effettivo controllo della spesa pubblica per i settori interessati. Purtroppo anche decentramento e territorialità – due modalità che dovrebbero portare chiarezza – finiscono per contribuire drammaticamente alla opacità della spesa pubblica. Vale la pena di capire come e perché accada.

Nel gennaio 1996 la legge n.23/96 fissa nuove norme per l’edilizia scolastica, stabilendo che: “In attuazione dell’articolo 14, comma 1, lettera i), della legge 8 giugno 1990, n.142, provvedono alla realizzazione, alla fornitura e alla manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici: a) i comuni, per quelli da destinare a scuole materne, elementari e medie; b) le province, per quelli da destinare a sede di istituti e scuole di istruzione secondaria superiore, compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, di conservatori di musica, di accademie, di istituti superiori per le industrie artistiche, nonché di convitti e di istituzioni educative statali. Comma 2. In relazione agli obblighi per essi stabiliti al comma 1, i comuni e le province provvedono altresì alle spese varie di ufficio e per l’arredamento e a quelle per le utenze elettriche e telefoniche, per la provvista dell’acqua e del gas, per il riscaldamento ed ai relativi impianti”.

E se comuni e province non lo fanno? Niente di grave, nessuna denuncia: si scala semplicemente di responsabilità. All’art.4, comma 9, la legge chiarisce: “Qualora gli enti territoriali non provvedano agli adempimenti di loro competenza, provvedono automaticamente in via sostitutiva le regioni o le province autonome di Trento e Bolzano, in conformità alla legislazione vigente. Decorsi 30 giorni, in caso di inadempienza delle regioni o delle province autonome di Trento e Bolzano, provvede automaticamente in via sostitutiva il commissario del Governo”. Ecco un esempio classico di deresponsabilizzazione legale delle istituzioni: in caso d’inadempienza, provvede in sostituzione il grado superiore o, nella peggiore delle ipotesi, c’è il commissariamento. E’ la tecnica del potere a rischio zero.

La vecchia legge degli enti locali n.142/90 viene sostituita nell’estate del 2000 dalla n.267 intitolata “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”, ma la legge sull’edilizia scolastica n.23/96 rimane intatta. Fra i suoi buoni propositi è andata avanti, intanto, la realizzazione di una “Anagrafe dell’Edilizia Scolastica”, depositata presso il ministero competente. Opera preziosa, ma non risolutiva. Sapere che ci sono migliaia di edifici scolastici non a norma, non significa stanziare subito i fondi per metterceli. E sapere che a Rivoli (Torino) un vecchio seminario è stato adibito a sede del liceo Darwin non significa essere al corrente che certi suoi controsoffitti sono in laterizi e qualcuno contiene un pesante tubo in ghisa.

Impegnati sul fronte della trasparenza della spesa pubblica non solo come cittadini contribuenti, ma anche come operatori specifici della chiarezza, anche gli addetti ai lavori giudiziari hanno qualcosa da dire su un assetto – i palazzi di giustizia appartenenti in gran parte ai comuni – che risale addirittura al 1941, quando l’Italia era un regno e il governo fascista l’aveva portata in guerra al fianco di Hitler. Il tema dell’edilizia giudiziaria è stato affrontato ben prima che calcinacci e lastre crollassero, per fortuna di notte, all’interno del palazzo di Giustizia di Milano.

Il sito ministeriale www.giustizia.it riporta un intervento di Gabriella Pergola, direttore generale delle Risorse Materiali, dei Beni e Servizi, in cui si legge tra l’altro: “La maggioranza dei Palazzi di Giustizia italiani sono di proprietà comunale, mentre sono demaniali gli edifici giudiziari di Roma e i Palazzi ‘storici’ di alcune città come Palermo, Milano, Catania, Bari, Cagliari, Firenze, Messina, Trento, Salerno, Reggio Calabria. Pertanto, visto il numero esiguo di edifici demaniali rispetto agli oltre 2000 immobili sedi giudiziarie, l’attività in materia di edilizia giudiziaria si svolge principalmente in collaborazione con i Comuni. Infatti dal 1941 in poi sono i Comuni ad essere direttamente responsabili delle sedi giudiziarie, nel senso che debbono fornire locali idonei dove amministrare la Giustizia. Cosicché una tipica funzione dello Stato centrale viene svolta all’interno di strutture messe a disposizione dai Comuni e sono i Comuni, sede dell’Ufficio giudiziario, ad anticipare le spese di gestione e funzionamento dei locali; spese che vengono rimborsate successivamente in percentuale a seconda dello stanziamento del bilancio statale”.

A parte la nebulosità di questo rimborso parziale e variabile, sia sui tempi di quel vago “successivamente”, sia sull’entità di quello “a seconda dello stanziamento”, sembra opportuno ricordare che sono 850 i comuni italiani sedi di uffici giudiziari. E che il dissesto finanziario del comune di Napoli era così inquietante fin dal 1994, che il ministero di Giustizia – anche su sollecitazione del procuratore generale Agostino Cordova, che non gradiva sentirsi inquilino dell’amministrazione comunale partenopea – sollecitò la legge n.102/94 per l’istituzione di un “Ufficio Speciale” che assumesse direttamente la gestione dell’edilizia giudiziaria napoletana.

Bastano questi pochi flash sull’assetto dell’edilizia scolastica e giudiziaria per capire che, nei molto confusi conti del nostro Stato, non siamo in grado di stabilire con ragionevole approssimazione quale sia l’effettivo costo “tutto compreso” dell’Istruzione e della Giustizia. Per di più, ogni confronto con gli altri paesi europei è reso impossibile dalla sostanziale eterogeneità dei nostri schemi. Per confrontarci, e avere dunque una misura dei nostri sperperi, o della nostra miseria, dovremmo omologare certi nostri servizi fondamentali, come istruzione e giustizia, a quelli dei più vicini partner Ue. Ma è dubbio che il “sistema Italia” voglia rinunciare a certe sue redditizie “specificità”. Forse non è un caso che il coinvolgimento delle Province nell’edilizia scolastica avvenga proprio quando, a metà degli anni Novanta, si comincia a metterne in dubbio l’utilità, visto che a presidiare il territorio sono arrivate da oltre vent’anni le Regioni. Honny soit qui mal y pense…

Quattro anni per far partire la centrale elettrica

set 15th, 2008 • Categoria: Istruzione, Stampa

Lo ha rivelato Maurizio Chiarini, AD di Hera – Primati e curiosità dallo studio di Mediobanca su costi, qualità ed efficienza delle municipalizzate di sei Comuni

“Sapete quanto tempo ci vuole per mettere in funzione una struttura già ultimata? Per avviare una centrale elettrica da 80 megawatt, abbiamo aspettato otto mesi. Ora abbiamo quattro inceneritori pronti, anche collaudati ma aspettiamo il permesso dell’impatto ambientale”. Lo ha raccontato Maurizio Chiarini, amministratore delegato della Hera di Bologna nel convegno svoltosi il 24 gennaio presso la Camera di Commercio di Milano, dopo la presentazione dello studio realizzato per conto di Civicum da Gabriele Barbaresco e Fulvio Coltorti, dell’Ufficio Studi di Mediobanca, “Le società controllate dai maggiori Comuni italiani: costi, qualità ed efficienza”.

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Criteri oggettivi

Dopo il commento dell’economista Carlo Dell’Aringa, hanno discusso i dati della ricerca i rappresentanti d alcune controllate: Baldoni per la Arin di Napoli, Chiarini per la Hera di Bologna, De Luca per la Metronapoli, Foppa per l’Agenzia servizi pubblici di Torino, Razzini per la Veritas di Venezia, Senn per la MM di Milano, Martinazzi per la A2A di Milano.

Lo studio, giunto alla terza edizione, è stato messo a punto per monitorare con criteri oggettivi ed indicatori tecnici omogenei i costi, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici locali. La ricerca riguarda le società controllate dai sei maggiori Comuni italiani – ROMA, MILANO, NAPOLI, TORINO, BOLOGNA e BRESCIA – che operano nei settori: ENERGIA, TRASPORTI LOCALI, IGIENE URBANA, SERVIZI IDRICI, AEROPORTI. Rientrano nella ricerca 39 aziende, esaminate nel quadriennio 2003-2006. Esse comprendono 17 imprese, anche non a controllo comunale, utilizzate come benchmark.

Interessante soffermarsi su alcuni dati particolarmente significativi per circostanze di attualità (come smaltimento rifiuti, servizi aeroportuali, aziende elettriche) o relativi a servizi pubblici di quotidiano impiego da parte della cittadinanza (acqua, trasporti locali), che offriamo come highlights.

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Dati significativi

L’acqua è vitale. Il nostro corpo è fatto all’80 per cento di acqua. Senza l’acqua non si fa agricoltura e non si producono alimenti. Senza l’acqua non ci sono alberi, quindi non ci sono foglie per depurare l’aria. L’acqua è destinata a diventare uno dei generi di assoluta necessità sempre più rari e sempre più cari. Eppure ne sprechiamo – o ce la facciamo portar via dai ladri di acquedotto – in quantità incredibili. Le abbiamo misurate. Complessivamente le aziende del settore idrico hanno perso (“non fatturato”) nel 2006 circa 870 milioni di mc d’acqua.

Alle tariffe correnti, questa perdita di acqua è pari a un valore di oltre 400 milioni di euro. In termini di valutazione socio-ambientale, con l’acqua perduta si sarebbero potuti distribuire 250 litri di acqua al giorno a 9,5 milioni di persone. In termini di acqua immessa, le perdite maggiori sono registrate dall’Acquedotto Pugliese: il 50,3%, cioè più della metà. Seguono, nella classifica degli acquedotti-gruviera, la rete di Trieste della ACEGAS-APS con il 38,6% e quella della romana ACEA, con il 35,4%. Gli acquedotti-cassaforte, cioè con le perdite più basse, sono quello della MM Milano che perde soltanto il 10,3% e quello della ARIN di Napoli che perde il 18,3%.

L’AQP, cioè l’acquedotto pugliese, ha anche le perdite per abitante più elevate: 184 litri al giorno. La rete di Roma (ACEA) ha il record delle perdite giornaliere per km di rete (68 mc). In fatto di spreco di acqua l’Italia domina la scena in Europa: ne butta via il 14% più della Francia, il 36% più della Spagna, il 56% più della Gran Bretagna e il 311% più della Germania. Signori, vogliamo tappare questi buchi?

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Mobilità urbana

La mobilità urbana ed extra-urbana nelle popolose “cinture” con mezzo di trasporto pubblico collettivo rappresenta uno dei più complessi problemi delle aree metropolitane, al quale sono connessi quello dell’inquinamento atmosferico e quello economico sempre più sensibile con il rincaro dei carburanti. Di qui l’opportunità di seguire con particolare attenzione il settore del TPL, determinante per la “qualità della vita” nelle grandi città.

La progressiva congestione del traffico nei centri delle grandi città ha prodotto nel settore del trasporto pubblico locale una forte crescita dell’offerta di metropolitana: è stata, rispetto al 2001, del 18%.

Il contributo più sensibile a questo sviluppo è venuto da Milano e da Torino (apertura della nuova metropolitana). A Napoli l’offerta del servizio di trasporto pubblico ha i costi più elevati d’Italia. Fissato (come riferimento) a 100 il costo per offrire un posto su un mezzo pubblico della città vesuviana, altrove questo costo è sensibilmente inferiore: è pari a 62,2 a Roma, a 50,1 a Torino e Brescia, a 45,7 a Milano. Meno della metà di Napoli. Il maggior costo di esercizio comporta anche un maggiore finanziamento pubblico. Per ogni posto offerto, fatto 100 l’apporto di denaro pubblico a Napoli, altrove ne occorre molto meno: esso è uguale a 52 a Roma, a 45,6 a Torino, a 42,4 a Brescia e a 30,7 a Milano.

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Servizi aeroportuali

Ogni mezzo pubblico percorre mediamente 51.300 km all’anno a Roma, 48.100 a Milano, 41.700 a Torino, 37.500 a Napoli. I valori sembrano proporzionati all’ampiezza territoriale delle quattro città. Le società dei servizi aeroportuali sono aziende essenziali per la città moderna: un aeroporto efficiente vuol dire turismo, commercio, lavoro.

L’attenzione degli italiani è stata catturata in questi mesi dalla questione Malpensa-Fiumicino, conseguente alla crisi Alitalia. Ma una più attenta ricognizione fa scoprire sviluppi, investimenti, progressi di cui non si parla abbastanza. Lo scudetto degli aeroporti va a Caselle. L’aeroporto di Torino ha le migliori dotazioni strutturali (superfici, banchi check-in, nastri, toilettes, ecc.) per passeggero. Lo seguono quello di Bologna e Malpensa, che è più ricettivo di Fiumicino. Parola alle cifre, ecco la classifica: fatti pari a 100 i mq disponibili per passeggero a Torino, essi sono pari a 65 a Bologna, 60 a Malpensa, 33 a Linate, 25 a Fiumicino e 20 a Bergamo Orio al Serio.

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Fiumicino e Malpensa

Nel 2006 i due scali romani (Fiumicino e Ciampino) hanno fatto viaggiare più persone e merci (WLU) di quelli milanesi (Malpensa e Linate). Terzo aeroporto per volume di traffico è quello di Venezia. Il ritmo degli investimenti dà il polso della “aeroportualità” delle varie città. Negli ultimi quattro anni, gli investimenti di Bologna e Torino sono stati più del doppio di quelli di Milano, che a loro volta sono risultati doppi rispetto a quelli di Fiumicino.

Come dire che negli ultimi anni Bologna e Torino hanno investito in aeroportualità il quadruplo di Roma. Dopo Milano e Roma, un indicatore dell’assortimento internazionale delle destinazioni segnala il Marco Polo di Venezia Tessèra come l’aeroporto con la migliore offerta, prima di Orio al Serio (Bergamo) e Bologna.

L’igiene ambientale e la raccolta dei rifiuti rappresentano uno degli impegni più ardui di tutte le amministrazioni municipali. Se ne occupano di solito società controllate. Perché l’esito di tanto impegno è così diverso – come l’immondizia di Napoli ricorda – da una zona all’altra? Le cifre aiutano a cercare una risposta. Nel 2006 la percentuale più alta di raccolta differenziata è di Milano (39,9%), seguono Torino (37,5%), Trieste con Padova (35,6%) e Brescia (34,4%); indietro Genova (22,1%). Ultime Roma (18,6%) e Napoli (10,2%) .

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Vetro e lattine

A Roma tuttavia il record di raccolta della carta (52,3% della propria differenziata), seguita da Torino (43,7%). A Milano la maggiore raccolta di plastica (quasi il 9% della propria raccolta); a Milano anche la maggiore raccolta di vetro e lattine (20,8%). Il maggiore uso di inceneritori è a Trieste/Padova con ACEGAS-APS (78,8% dello smaltito), Brescia (68,6%) e Milano (52,5%). Venezia ha la maggiore produzione di CDR (combustibile da rifiuti) pari al 56,4%. Quasi tutto in discarica a Torino, Genova e a Roma dove il sito non è di proprietà della società (AMA), ma del Gruppo Cerroni.

A Roma e Napoli le società di igiene urbana non dispongono di strutture proprie per lo smaltimento e dipendono integralmente da terzi. Il costo medio della raccolta per abitante è massimo a Venezia (185 euro, per effetto del flusso turistico), seguita da Napoli (157 euro); è minimo a Brescia (70 euro).

Il costo per tonnellata raccolta è invece massimo a Napoli (281 euro), seguita da Roma (258 euro), minimo ancora a Brescia (114 euro). Dove la raccolta differenziata supera il 30% il costo medio per cittadino è più contenuto (120 euro contro 156).

Le cifre nude della Gelminidi BERNARDINO SASSOLI DE BIANCHI

set 11th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Istruzione, Newsletter, Primo piano

Per informare davvero servono riferimenti precisi e confronti significativi

Non sorprenderà i lettori di questa newsletter che Civicum approvi l’iniziativa del ministro Gelmini di rendere disponibile il bilancio 2008 per l'area Istruzione sul sito (www.pubblica.istruzione.it) dello stesso Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

Certo, l’entusiasmo iniziale scema un po’ quando, scaricati i dati in questione, si scopre che di fatto quello che è stato pubblicato non è che un estratto, senza note, commenti, introduzioni, o spiegazioni, della Legge 24 dicembre 2007, n. 245, "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2008 e bilancio pluriennale per il triennio 2008-2010". Avremmo voluto impulsivamente osservare che la meritorietà dell’iniziativa è un po’ inficiata dal fatto che il testo (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel Dicembre 2007) era già disponibile su Internet come allegato alla legge finanziaria; verificando, abbiamo scoperto che il collegamento sul sito della Camera rimanda a una pagina vuota (www.camera.it/parlam/leggi/07245l.htm) . Ciò detto, sorge una domanda: perché pubblicare solo i dati relativi all’area istruzione e non quelli relativi all’Università, per esempio? Sappiamo che c’è un dato particolare che il ministro ha tenuto a mettere in evidenza, relativo all’incidenza dei costi del personale sull’area in questione; costi che effettivamente appaiono abnormi: quasi il 97% delle risorse.

Ma già qui si solleva il problema di fondo. Al di là del tema “sensazionale”, al normale cittadino una tabella di puri numeri, da cui pur si ricava che il personale incide per il 97%, non dice molto. E forse meno ancora sapere, sic et simpiciter, che per l’istruzione secondaria inferiore si spendono 9,686 miliardi – di cui sappiamo solo che 9,677 sono di “funzionamento” e il resto diviso più o meno a metà tra “interventi” e “investimenti” – contro i 14,131 previsti per l’istruzione secondaria superiore.

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E’ tanto? E’ poco? E’ meno o più del 2007? Come vengono effettivamente spesi? Cosa succede in altri Paesi? Lo stesso dato sul 97% di costi del personale, se totalmente decontestualizzato, non aiuta il cittadino a costruirsi un proprio ragionato percorso interpretativo, che possa fare da base per una presa di posizione con conseguenze anche politiche. Forse aiuta a fare un confronto significativo (possibile con una semplice ricerca su Internet): se rappresentiamo che lo stipendio di un docente della scuola superiore italiana era nel 2002 compreso tra l’86% e il 130% del Pil pro-capite, contro 154-230% della Spagna e il 121-226% della Germania (fonte Eurydice, www.eurydice.org), si deduce che un docente italiano guadagna sensibilmente meno di un suo collega spagnolo o tedesco. E che le inefficienze non sono quindi da imputarsi a livelli salariali troppo elevati, ma vanno ricercate altrove: sicuramente, tra l’altro, nel numero degli insegnanti.

Inoltre, fatta 100 la spesa complessiva per l’istruzione, includendovi quindi il contributo effettivo di quelle province e quei comuni che sono proprietari degli edifici scolastici, a quanto si ridurrebbe quel 97% ora imputato agli stipendi? Sarebbe poi tanto lontano da quel 75% delle risorse totali che rappresenta l’incidenza degli stipendi nella scuola francese? (http://media.education.gouv.fr/file/eetat17/11/8/eetat17_22118.pdf) Resta il fatto che, senza l’iniziativa del ministro Gelmini, non si sarebbe sollevato il problema, non si sarebbero accese tante legittime e utili curiosità e, forse, chi scrive non sarebbe stato portato a ricercare e documentarsi. Tuttavia, un piccolo sforzo di chiarezza e di completezza in più avrebbe cominciato ad avvicinarci a chimere ancora tanto lontane come la Finlandia, dove il ministero dell’Istruzione riporta nel suo sito – e anche in inglese! – tanto di diagramma sul processo di formazione del budget. (http://www.minedu.fi/OPM/Linjaukset_ja_rahoitus/?lang=en) Non osiamo pretendere tanto. Ma almeno l’uso di un semplice “lessico”, che aiutasse il cittadino a capire cosa siano gli “interventi” rispetto agli “investimenti”, avrebbe segnalato l’intenzione di renderlo davvero partecipe dei gravosi problemi che la signora ministro si trova, e troverà, a dover affrontare. Si tratta, in breve, di aiutare i cittadini a educarsi. E’ così difficile da noi?

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Formazione a Milano

set 11th, 2008 • Categoria: Comuni, Conti pubblici, Istruzione, Newsletter, Primo piano

Quanto costano i corsi del Comune: un'analisi dell'Assessorato

Dall’assessorato alle Politiche del Lavoro e dell’Occupazione del Comune di Milano riceviamo e volentieri pubblichiamo. Sarebbe però ancora più interessante sapere: qual è il costo totale dei corsi di formazione? Come sono ripartiti fra i corsi i costi totali a carico del Comune? In base a quali criteri vengono stabilite le materie e i contributi?

Un’operazione “trasparenza” per rendere visibili quanto il Comune di Milano investe nella formazione di ogni singolo cittadino. E’ quanto ha realizzato l’assessore alle Politiche del Lavoro e dell’Occupazione Andrea Mascaretti grazie ad un’analisi dei corsi di formazione professionale gestiti dal Comune di Milano. Lo studio, effettuato in un’ottica di coerenza con il Piano generale di Sviluppo e il Piano di Azione Locale, ha esaminato e confrontato indirizzi, obiettivi, costi e risultati effettivi dei singoli corsi erogati.

L’analisi ha consentito così di rendere visibile attraverso un assegno di formazione l’investimento del Comune di Milano sulla formazione di ogni cittadino. Dal prossimo anno, quindi, tutti coloro che risponderanno ai criteri di ammissione, riceveranno l’assegno di formazione che potrà essere utilizzato per il corso comunale prescelto. Un’ operazione che intende responsabilizzare non solo i partecipanti ma anche chi progetta e gestisce il corso con la finalità di rendere più efficace ed efficiente l’investimento fatto dal Comune di Milano per la formazione dei cittadini. L’assegno di formazione dimostra che le tariffe pagate dai partecipanti coprono soltanto una parte dei costi effettivi di ogni singolo corso erogato. Il tasso percentuale di copertura dei costi a carico dell’utente va dallo 0,6%, il corso sarà quindi praticamente a carico del Comune, come ad es. per i corsi di formazione e orientamento al lavoro di Via San Giusto dedicati ai diversamente abili, a un massimo del 52%, come ad es. per i corsi di analisi di bilancio. Il Comune, quindi, investe per la formazione di ogni singolo cittadino da un massimo del 99,4%, ad un minimo del 48%.

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L’analisi è stata fatta individuando tre indici:

  • 1) un indice di coerenza per stabilire la conformità del corso rispetto al Piano Generale di Sviluppo,
  • 2)un indice di valutazione strategica per misurare la corrispondenza del corso agli indirizzi tracciati dall’Assessorato alle Politiche del Lavoro e dell’Occupazione vale a dire: l’eccellenza, il disagio, il modello di riferimento a standard qualitativi e metodologici ed i settori di sviluppo strategico della città (filiere professionali della moda, design, food, media industry)
  • 3) un indice di inerzia che misura la velocità teorica con cui è possibile modificare l’attività di un corso.
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Quest’ultimo indice deve tener conto in particolare dei seguenti fattori: annualità del corso, numero di docenti dipendenti a tempo indeterminato coinvolti nell’erogazione, numero di anni rimanenti per l’acquisizione della pensione, potenziale di riconversione dei docenti.

Ogni corso è stato collocato in una matrice SWOT per visualizzarne il posizionamento rispetto al Piano Generale di Sviluppo e agli orientamenti dell’amministrazione. - È stata poi effettuata un’analisi dei costi valutando sia i costi variabili, riferiti alle ore di docenza erogate nel corso, sia i costi fissi comprensivi di spese per il personale, non docente, servizi di sorveglianza custodia e pulizia, riscaldamento, energia elettrica, fondi per il funzionamento dei centri (casse scolastiche) e locazioni operative. E’ stata avviata la valorizzazione degli immobili che verrà effettuata con uno studio separato e che, una volta completata, sarà inserita nei costi fissi. Il valore del corso è il risultato dei costi variabili, cioè della docenza impiegata e il prodotto fra l’aliquota relativa ai costi fissi e il monte ore del corso. L’ammontare del singolo assegno di formazione, invece, è il contributo che il Comune di Milano offre a ogni iscritto per completare la differenza tra il valore del corso e l’importo richiesto per l’iscrizione. -

ESEMPIO DI DETERMINAZIONE DEL COSTO DI UN CORSO

Corso

Costo Totale

Tariffa

Percentuale a carico dell’utente

Borsa di formazione/studio

Lingue Europee 120 ore

€ 1.054

€ 334

32%

€ 720

Operatore Liutario

1° anno arco

€ 9.171

€ 529

6%

€ 8642

Organizzatori dello spettacolo (Teatro)

€ 5.236

€ 1.150

21,96%

€ 4.086

Formazione e orientamento al lavoro dedicato ai diversamente abili

€ 11.042

€ 67

0,60%

€ 10.975

FISCO Nomina i giudici e perde i processi

giu 12th, 2008 • Categoria: Diritto e giustizia, Fisco, Istruzione, Servizi generali
LA SCONOSCIUTA ANOMALIA DELLE COMMISSIONI TRIBUTARIE La Direzione Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate ha dovuto recentemente emanare una circolare per ribadire la necessità di svolgere in modo più professionale la difesa degli interessi erariali in Commissione Tributaria, data la troppo elevata percentuale di soccombenze della Pubblica Amministrazione nelle liti di Alberto Arrigoni La battaglia per la trasparenza può essere combattuta anche andando a caccia di curiosità, anomalie, asimmetrie che appaiono “normali” agli addetti ai lavori, ma sono sconosciute ai cittadini comuni. Esiste, per esempio, un ordinamento giudiziario parallelo nel sistema italiano che presenta indubbie peculiarità: quello del contenzioso tributario. Si tratta di Corti speciali (le Commissioni Tributarie), di giudici speciali (i magistrati tributari), di ordinamenti speciali (una legge di rito che in parte sostituisce il codice di procedura civile) e che confluiscono nell’alveo giudiziario consueto solo in terzo grado. Cioè, in Cassazione. Dove, per altro, è stata costituita la sezione tributaria. Le liti tributarie hanno, almeno nel primo grado, uno schema obbligato. L’ente impositore – diciamo per chiarezza: il Fisco – chiede un tributo e il cittadino, se ritiene di non dover pagare,  ricorre contro questa richiesta. Dunque, tutto chiaro: nel processo tributario le Parti sono il contribuente e il fisco. Ma chi è il giudice? Sentenze a cottimo E’ la Commissione Tributaria costituita da giudici designati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, cioè dal Fisco, cioè da una delle due parti contrapposte nel processo. Per quanto sorprendente sembri al cittadino, è dunque il ministero di Economia e Finanza – diciamo per chiarezza: il Fisco – che  gestisce l’ordinamento attraverso il Consiglio Superiore della Giustizia Tributaria; stabilisce la misura e provvede al pagamento dei compensi a tutto l’apparato della giustizia fiscale, sia di carriera (segretari e commessi), sia  nella posizione dei giudici tributari, remunerati a cottimo – un tanto a sentenza -  senza che tale incarico costituisca uno specifico rapporto di lavoro dipendente. Insomma, una Parte processuale designa, gestisce e mantiene il giudice delle proprie controversie! La distinzione fra giustizia ordinaria e giustizia tributaria è così scrupolosamente definita e lo steccato tanto invalicabile, che la lite tributaria non è soggetta a contributo unificato per le vertenze ordinarie– gestito dal ministero di Giustizia – ma solo ad imposta di bollo, che è gestita dal ministero di Economia e Finanze. Ci sarebbe già di che sorprendersi, ma non basta: In questa situazione anomala si potrebbe temere una palese o larvata sudditanza del giudice alla struttura che lo designa e mantiene. E invece, nulla di più sbagliato! Le liti tributarie hanno infatti la caratteristica di vedere nella maggior parte dei casi la Parte privata ricorrente prevalere contro la Parte Pubblica Amministrazione. Cioè, l’apparato di giustizia tributaria dà torto nella maggioranza dei casi proprio a quel ministero di Economia e Finanza,   che lo ha in carico e lo designa. Al riguardo, la Direzione Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate ha dovuto recentemente emanare una circolare per ribadire la necessità di svolgere in modo più professionale la difesa degli interessi erariali in Commissione Tributaria, data la troppo elevata percentuale di soccombenze della Pubblica Amministrazione nelle liti.