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Servizi generali

Diteci quante tasse paghiamo

lug 24th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Fisco, Servizi generali
LA PRIMA TRASPARENZA Fiscalità diretta sul lavoro, contributi, enorme tassazione indiretta sul consumo medio, accise, operazioni una tantum, addizionali regionali e comunali, tasse di scopo, duplicazioni private degli insoddisfacenti servizi pubblici (sanitari, scolastici, logistici). Quanta fetta di reddito sparisce dalle tasche degli italiani? Invece di discettare sulla politica di Trichet, si dia una risposta a questa domanda. E anche un urgente rimedio di  Davide Grignani L'articolo del neo-rettore della Bocconi  Guido Tabellini, apparso sul Sole 24Ore di domenica 6 luglio, è una vera boccata d'ossigeno nella perdurante tempesta "monetarista"  che ci sovrasta da mesi! Da molto tempo, e spesso invano, ho cercato di  creare se non il consenso almeno la consapevolezza  della linea di pensiero enunciata così chiaramente dal professor Tabellini:  come lui, sono  fortemente convinto  che stiamo tutti concentrando troppa attenzione mediatica, risorse, e azioni nella direzione sbagliata, insistendo a curare il malato con medicine inutili e persino dannose. Certo, lungi dal sottoscritto disconoscere a Trichet e alle banche centrali la funzione essenziale di usare gli strumenti a loro disposizione per gestire  le aspettative dei mercati e le masse monetarie.  Tuttavia la sequenza di rialzi  dei tassi della BCE  - oltre a quanto già puntualizzato nell'articolo - è un meccanismo che tutti gli operatori finanziari scontano nei loro arbitraggi  neutralizzandolo con impatti finali contradditori:  il rialzo dei tassi sull'euro continua a far crescere il valore della nostra moneta contro il dollaro amplificando poi l'hedging di quest'ultimo contro il brent, questo poi correlato ad altre posizioni lunghe sulle materie prime e quindi  - back to square one  -  con  un ulteriore impulso inflattivo su materie importate dalla UE e in particolare dal nostro Paese. Allo stesso modo cresce il costo della raccolta  degli operatori creditizi, già compressi dal liquidity crunch: questo rincaro li costringe a ricercare il rispetto delle regole di capitalizzazione e redditività, sia riducendo la quantità  di credito totale disponibile  per le nostre imprese, sia aumentando il costo del credito residuale disponibile. Ne conseguono  rate di ammortamento molto più care, accompagnate da una  forte pro-ciclicità dei nuovi  rating di Basilea II, con conseguente effetto subprime anche sull'economia delle imprese industriali, soprattutto le  medio-piccole. Ci troviamo così  alla fine con maggiore inflazione su beni primari importati dall'estero e una trasmissione amplificata della crisi bancaria al sistema dell'economia reale,  con inevitabili impennate di default delle imprese industriali e impatti ulteriormente recessivi. Magnifico: un vero disastro! Non sono molte  le persone di pensiero e peso  che hanno la lucidità e la forza di insistere sul fatto che il governo (dopo la solita fiammata elettorale) "deve fare il suo mestiere" e cioè intervenire sul "G" di keynesiana memoria (Government)  in modo rapido ed efficace e - solo allora  ma al più presto -  diminuire una pressione fiscale ormai  paradossale.

Parte dello scandalo

Nel citato articolo - correttamente - si fissa  l'attenzione sul reddito da lavoro dipendente: ciò rappresenta invero una sola parte dello scandalo. Varrebbe infatti la pena  che  venisse divulgato ai media nazionali   un semplice indicatore della pressione fiscale globale effettiva sulla classe media italiana. Da cui fosse poi determinabile  il  Net Disposable Income, cioè l'effettivo reddito disponibile di cui la classe media italiana effettivamente dispone per riuscire - detto nel termine più diretto e brutale - a sopravvivere,  al netto della fiscalità diretta sul lavoro, dei contributi, dell'enorme e cresciutissima tassazione indiretta sul paniere di consumo medio, delle addizionali  Irpef, delle accise, delle operazioni una tantum, degli aggravi fiscali (addizionali comunali, regionali, tasse di scopo, etc), delle duplicazioni private dei servizi sanitari, scolastici, logistici  e così via.  Il servizio reso dal settore commercio al consumatore italiano a partire dal 1999,  interpretando il cambio euro-lira a 1000 lire, ha fatto il resto.

Settore pubblico

Si vedrebbe con ciò quanto sia divenuto letteralmente  impossibile per le famiglie italiane la missione di poter far fronte con investimenti e consumi  al "moloch" del settore pubblico, allargato e "consulenziato"  a perimetri  sempre crescenti, ormai in controllo di ben oltre il 50 % del GNP,  a produttività secolarmente negativa e spesso, come sappiamo, semplicemente "distruttiva".  Come abbiamo voluto raffigurare nel grafico (pubblicato in ultima pagina . n.d.r.), solo con un alleggerimento drastico del peso della spesa pubblica realizzato attraverso un'amministrazione molto più leggera ed efficiente, possiamo ritrovare lo spazio per una vera  riduzione della pressione fiscale, riduzione benefica sia per la domanda che per l'offerta.

La situazione "net-net" delle risorse ufficiali ed oneste  di questo paese è ridotta in realtà ad un lumicino esangue: siamo sul baratro da tempo, ma si continua a discutere di Trichet  e delle varie correnti monetariste riempendo i giornali di intere pagine. Un esercizio  assai più semplice e astratto che andare ad incidere sulle spese correnti dell'apparato pubblico con provvedimenti urgenti su centinaia di migliaia di  sprechi, scontrandosi con le caste, con l'impopolarità politica, con i sindacati, con le ideologie preconcette, con il giornalismo superficiale, con le molte Santa Rita etc. Sicuramente però si sta giocando troppo a lungo col fuoco. E' per questo che dobbiamo essere grati a chiunque si faccia voce forte e autorevole di un messaggio chiaro, forse spiacevole e impopolare  per alcuni,  ma nell'assoluto interesse  di tutti gli italiani onesti e per un futuro dignitoso dell'intero paese.  Il cambiamento - come inteso da CIVICUM - passa attraverso mille piccoli eventi virtuosi attuati ogni giorno da milioni di persone attente e civilmente impegnate.

CON QUESTI CONTI INCIAMPANO ANCHE GLI ESPERTI

lug 10th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Servizi generali, Stato
LE CONFUSE CIFRE DELLO STATO Accade così che si presenti come “tagliente” una manovra di Tremonti che è invece molto “morbida”. Quanto costano i ministeri: 40 miliardi di euro o 380? Perfino il Corriere della Sera può sbagliare in prima pagina, quando si tratta di conti pubblici. La mancanza di comprensibilità dei conti dello Stato è tale che non stupisce che anche un giornalista del calibro di Mario Sensini non si ritrovi più nei conti della manovra di Tremonti. In effetti in copertina dell’ultima edizione del supplemento “Corriere Economia” si annuncia una manovra tagliente “con riduzione delle spese dei ministeri del 20% nel 2008, del 20% nel 2009 e del 40.5% l’anno successivo.” Questa manovra è di 8 miliardi nel 2008 e nella proporzione annunciata per gli anni successivi. E’ giusto il conto? Non sembra. Percentuale corretta La percentuale sarebbe infatti corretta, se il costo dei ministeri fosse in totale di 40 miliardi. Ma così non è. Il costo totale dei ministeri è di molto, ma proprio molto maggiore. Per avere un quadro di insieme ed un ordine di grandezza, come appare necessario, bisogna tener presente che la spesa pubblica  totale per il 2007 si attesta intorno a 750 miliardi di euro, di cui 380 di spese correnti (Vedi Istat: Il conto consolidato della Pubblica Amministrazione). Al netto delle spese per interessi, pari a circa 72 miliardi, e dei trasferimenti a enti pubblici, pari a circa 160 miliardi, rimangono oltre 140 miliardi. Riferendoci alle sole spese correnti, stiamo quindi parlando di un taglio del 5% nel 2008 e 2009 e del 10% nel 2011. Comunque una bella riduzione, se attuata creando efficienza. Ma ci piacerebbe che il Ministro dell’economia parlasse partendo dalla situazione complessiva esistente. Nella pubblica opinione è lui il responsabile dei conti pubblici, anche se può influire solo su una parte di essa. Se infatti ci riferiamo alla spesa pubblica totale (circa 750 miliardi nel 2007), il taglio di 8 miliardi nel 2008 corrisponde a poco più del 1%. Un cauto inizio, non un colpo di mannaia. Si può fare di più? E’ una scelta. Ma, se si vuole ridurre maggiormente la spesa pubblica totale senza peggiorare la qualità dei servizi, bisogna che fin dalle prime battute il governo indichi dove e come si intende creare efficienza. Se invece non si intende farlo, lo si dica chiaramente: sarebbe certamente una scelta politica che ha una dignità, ma a patto che la si comunichi con la dovuta trasparenza. In fondo è proprio la scarsa trasparenza dei conti dello Stato – non ancora si è arrivati alla pubblicazione su Internet del bilancio in forma completa, ordinata e comprensibile da tutti – a giocare brutti scherzi a  politici anche di valore  (recentemente un ministro ha confuso la voce “spese di giustizia” con la spesa totale del ministero di Giustizia) ed a giornalisti  anche di consumata esperienza.

SORPRESA: I grandi comuni hanno bilanci né certificati né certificabili

giu 26th, 2008 • Categoria: Comuni, Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Servizi generali
PERCHE’ LA PROPOSTA DI NAPOLI (DOPO LE POLEMICHE DI ROMA) Su questa strada siamo sicuramente più avanti rispetto a qualche anno fa, ma ancora in ritardo rispetto alle nazioni europee più virtuose. Attenti però a parlare di “buchi”: i debiti lo sono solo quando vengono nascosti. di  Mario Camozzi Co-fondatore di Civicum Quando i bilanci dei Comuni Italiani saranno certificabili da società di certificazione indipendenti e di grande standing di mercato? La certificazione di bilancio consiste nel giudizio che una società indipendente e di sicura affidabilità sul mercato dà sul bilancio di una società perché esso fornisca una rappresentazione veritiera e corretta degli accadimenti economici, patrimoniali e finanziari che lo hanno interessato. Per effettuare il proprio lavoro la società di revisione compie in via preliminare un’analisi  del sistema di controllo interno della società oggetto della certificazione ed esprime un giudizio sul suo grado di attendibilità. Tanto più il sistema di controllo interno (in parole più povere il dipartimento amministrativo nel suo complesso) di una società oggetto di certificazione è affidabile, tanto più attendibile e sicuro risulta il compito di chi deve esprimere un giudizio sulla correttezza e completezza dei dati contabili. E’ pertanto evidente come vi sia una correlazione diretta tra il grado di “credibilità” dei documenti contabili e sulla “professionalità” di chi li elabora e la qualità dei dati contabili prodotti . In ultima analisi un sistema si deve basare sui seguenti elementi per garantire la qualità dei dati di bilancio: Garantire i dati
  • 1) Principi contabili di riferimento di qualità, condivisi e diffusi tra tutti gli operatori del settore.
  • 2) Applicazione degli stessi in maniera corretta, sulla base di procedure e sistemi di qualità e testati.
  • 3) Un sistema di controllo interno che preveda la verifica dei dati contabili sulla base di procedure qualificate e con un dipartimento di internal auditors.
  • 4) La presenza nel settore di una cultura diffusa della trasparenza dei dati.
  • 5) Un sistema normativo che recepisca in tempo i cambiamenti che avvengono nell’economia ed adegui di conseguenza i principi contabili generali.
Se quanto appena descritto corrisponde al mondo ideale, qual è la realtà dei fatti nel mondo reale? Si possono fare, a questo proposito, due tipi di considerazioni. Prima. Per quanto sia difficile un’analisi di questo genere, se dovessimo stimare oggi a che punto i comuni italiani siano sulla strada della trasparenza e della certificabilità dei dati, si potrebbe azzardare un 50%. Ci troviamo pertanto a metà strada, nel mezzo del cammino. Sicuramente più avanti rispetto a qualche anno fa; ma ancora in ritardo rispetto alle nazioni europee più virtuose (come sempre in proposito). L’effetto di questa situazione è che, ancora oggi, i bilanci dei grandi comuni italiani non sono certificabili con costi ragionevoli e grado di rischio accettabile. Seconda. Occorre fare chiarezza su cosa significa “buco” nei bilanci dei comuni e delle società partecipate degli stessi; anche per rispondere alle notizie di stampa oggi di attualità. Infatti un conto è avere debiti correttamente registrati in contabilità ed in bilancio: può essere una situazione patrimonialmente non tranquilla e serena, ma questi debiti di cui si abbia evidenza non sono “buchi”. I veri e propri “buchi” Se invece si fa riferimento a situazioni non registrate o a rischi non correttamente o completamente valutati e rappresentati nel bilancio, allora a queste eventuali differenze ci si può anche riferire come a veri  e propri “buchi”, nel senso di perdite che si dovranno affrontare in futuro. Appare evidente, a questo punto, il significato di trasparenza del bilancio e leggibilità del bilancio. La trasparenza non è un valore in sé. Un bilancio trasparente non diventa necessariamente “virtuoso”: se è pieno di debiti, i debiti restano. La trasparenza può solo aumentare la velocità di lettura e la comprensibilità della situazione. Non è una bacchetta magica ne’ un toccasana: è solo accendere la luce, fare chiarezza in maniera semplice per permettere, a chiunque vi abbia interesse, di accedere a dati facilmente intelligibili.Tanto più questi dati saranno anche veri e provenienti da un dipartimento contabile che applichi corretti principi e procedure di controllo interno, tanto prima i bilanci dei comuni italiani diventeranno certificabili e credibili.

FISCO Nomina i giudici e perde i processi

giu 12th, 2008 • Categoria: Diritto e giustizia, Fisco, Istruzione, Servizi generali
LA SCONOSCIUTA ANOMALIA DELLE COMMISSIONI TRIBUTARIE La Direzione Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate ha dovuto recentemente emanare una circolare per ribadire la necessità di svolgere in modo più professionale la difesa degli interessi erariali in Commissione Tributaria, data la troppo elevata percentuale di soccombenze della Pubblica Amministrazione nelle liti di Alberto Arrigoni La battaglia per la trasparenza può essere combattuta anche andando a caccia di curiosità, anomalie, asimmetrie che appaiono “normali” agli addetti ai lavori, ma sono sconosciute ai cittadini comuni. Esiste, per esempio, un ordinamento giudiziario parallelo nel sistema italiano che presenta indubbie peculiarità: quello del contenzioso tributario. Si tratta di Corti speciali (le Commissioni Tributarie), di giudici speciali (i magistrati tributari), di ordinamenti speciali (una legge di rito che in parte sostituisce il codice di procedura civile) e che confluiscono nell’alveo giudiziario consueto solo in terzo grado. Cioè, in Cassazione. Dove, per altro, è stata costituita la sezione tributaria. Le liti tributarie hanno, almeno nel primo grado, uno schema obbligato. L’ente impositore – diciamo per chiarezza: il Fisco – chiede un tributo e il cittadino, se ritiene di non dover pagare,  ricorre contro questa richiesta. Dunque, tutto chiaro: nel processo tributario le Parti sono il contribuente e il fisco. Ma chi è il giudice? Sentenze a cottimo E’ la Commissione Tributaria costituita da giudici designati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, cioè dal Fisco, cioè da una delle due parti contrapposte nel processo. Per quanto sorprendente sembri al cittadino, è dunque il ministero di Economia e Finanza – diciamo per chiarezza: il Fisco – che  gestisce l’ordinamento attraverso il Consiglio Superiore della Giustizia Tributaria; stabilisce la misura e provvede al pagamento dei compensi a tutto l’apparato della giustizia fiscale, sia di carriera (segretari e commessi), sia  nella posizione dei giudici tributari, remunerati a cottimo – un tanto a sentenza -  senza che tale incarico costituisca uno specifico rapporto di lavoro dipendente. Insomma, una Parte processuale designa, gestisce e mantiene il giudice delle proprie controversie! La distinzione fra giustizia ordinaria e giustizia tributaria è così scrupolosamente definita e lo steccato tanto invalicabile, che la lite tributaria non è soggetta a contributo unificato per le vertenze ordinarie– gestito dal ministero di Giustizia – ma solo ad imposta di bollo, che è gestita dal ministero di Economia e Finanze. Ci sarebbe già di che sorprendersi, ma non basta: In questa situazione anomala si potrebbe temere una palese o larvata sudditanza del giudice alla struttura che lo designa e mantiene. E invece, nulla di più sbagliato! Le liti tributarie hanno infatti la caratteristica di vedere nella maggior parte dei casi la Parte privata ricorrente prevalere contro la Parte Pubblica Amministrazione. Cioè, l’apparato di giustizia tributaria dà torto nella maggioranza dei casi proprio a quel ministero di Economia e Finanza,   che lo ha in carico e lo designa. Al riguardo, la Direzione Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate ha dovuto recentemente emanare una circolare per ribadire la necessità di svolgere in modo più professionale la difesa degli interessi erariali in Commissione Tributaria, data la troppo elevata percentuale di soccombenze della Pubblica Amministrazione nelle liti.

Statistiche di Stato e curiose normative

mag 29th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Costume e Cultura, Istituzioni, Primo piano, Servizi generali, Stato
SVELATE DA FIORELLA KOSTORIS In un’intervista al “Corriere” l’ex moglie di Padoa Schioppa, ordinaria di economia politica alla Sapienza, dice: “Alla Commissione europea i conti italiani risultano attendibili solo alla quinta revisione. E il gettone di presenza alla Commissione di garanzia dell’Informazione Statistica è trasmesso dall’Istat” di Gianni de Felice “Se parliamo di finanza pubblica, cioè dei dati che sono alla base delle politiche economiche e del Patto di stabilità e crescita europeo, la mia risposta (alla domanda: che fondamento hanno le critiche che vengono mosse all’Istat? – n.d.r.) sta in un documento della Commissione europea del febbraio 2007: dall’analisi dei dati sul deficit pubblico trasmessi a Bruxelles tra il 1994 e il 2006, quelli italiani risultano sistematicamente sottostimati e solo alla quinta revisione raggiungono il grado di attendibilità che i francesi garantiscono fin dalla prima trasmissione”. A pronunciare questo severo giudizio sulla trasparenza dei conti dello Stato italiano, in un’intervista pubblicata da “Corriere economia” del 26 maggio, non è uno straniero che non ci ama, un Martin Schultz per esempio, ma la professoressa Fiorella Kostoris, ordinaria di economia politica all’università La Sapienza di Roma ed ex moglie di Tommaso Padoa Schioppa. Una persona informata sui fatti. C’è qualcuno che si sente ancora di sostenere che la trasparenza non sia un’esigenza primaria per restituire credibilità a un Paese, pescato sempre più spesso con le dita nella marmellata dei conti truccati? La domanda è tanto più giustificata se, nella stessa intervista al “Corriere economia”, la professoressa Kostoris scopre un altro altarino, conosciuto – forse – soltanto dagli addetti ai lavori e quindi sconosciuto alla stragrande maggioranza degli italiani. Sentite. Sempre parlando dei numeri che dà l’Istat, la professoressa Kostoris spiega: “In Italia c’è una Commissione per la Garanzia dell’Informazione Statistica, formata da eccellenti studiosi, che tuttavia ha problemi di governance. Le norme istitutive non hanno stabilito la terzietà della Commissione rispetto all’esecutivo. In aggiunta, la commissione fra vigilanti e vigilati è del tutto inappropriata: il presidente della Commissione è membro di diritto dell’organo che amministra l’Istat, il presidente dell’Istat partecipa ai lavori della Commissione e il gettone di presenza dei commissari è trasmesso dall’Istat”. In parole meno eleganti, l’organismo che deve garantire la genuinità delle statistiche ufficiali è pagato dall’istituto delle statistiche ufficiali. Conflitto di interessi? Ma, no: sinergie! Coraggio, Brunetta. Per arrivare alla trasparenza pubblica di un paese serio c’è tanto lavoro da fare. Per ora abbiamo cominciato a svuotare il mare con un secchiello.

Il “popolo italiano” non può saper neanche ciò che è stato deciso in… “nome” suo!

mag 19th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Conti pubblici, Istituzioni, Servizi generali, Stato
CASO CURIOSO E SCONOSCIUTO Il Tar del Piemonte e poi il Consiglio di Stato hanno negato a un’associazione di contribuenti il diritto di accedere tutte le sentenze emesse dalle Commissioni Tributarie piemontesi di  Alberto Arrigoni 'Commissione Nazionale norme di comportamento tributarie' In nome del popolo italiano (ma non facciamoci sentire!). Quando secoli fa veniva pubblicato “Del primato degli italiani” il Guicciardini non pensava che tale primato si sarebbe prolungato nel tempo. L’Italia è l’unica nazione europea che ha istituito una autorità garante dei dati personali e della difesa della privacy di cui ci facciamo tutti vanto ed a volte utilizziamo come miope barriera. Il fatto Taluni contribuenti hanno richiesto, tramite una propria associazione, di poter accedere a tutte le sentenze emesse “In nome del popolo italiano” dalle Commissioni Tributarie del Piemonte, sentenze emesse da un organo giurisdizionale che definisce con sentenze controversie tributarie. A fronte del rifiuto hanno chiesto l’accesso con ricorso al TAR Piemonte che ha respinto la domanda (sentenza 3500/2007) ed hanno proposto ricorso in appello al Consiglio di Stato che con la decisione 1363/2008 ha confermato la sentenza del TAR e negato il diritto all’accesso. Il motivo Il motivo? Eccolo: trattandosi di provvedimenti giurisprudenziali, le sentenze -  peraltro pubbliche - non sono tra i provvedimenti amministrativi nei confronti dei quali si possa pretendere il diritto all’accesso in base alla legge posta a base della richiesta. Siamo in presenza di una esasperazione “bizantina” del concetto del diritto come possibilità di negare anche l’evidenza! Lo spauracchio Se un atto è pubblico, e tale deve essere una sentenza emessa “In nome del popolo italiano”, anche se ne viene richiesta copia sbagliando la domanda non si può affermare che non è un atto conoscibile; perché se la domanda fosse stata svolta in altra forma lo stesso atto sarebbe diventato a conoscenza diffusa! Ecco allora due pesi e due misure per la stessa fattispecie, solamente condizionata dall’ottica della visione specialistica da carbonari, con il generale spauracchio della difesa dei dati (i nomi delle parti!).

Conti e nomine, l’Italia vuole più chiarezza

apr 22nd, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Istituzioni, Servizi generali
Grandi esperti italiani di Pubblica Amministrazione approfondiscono per il nuovo Governo i temi dell’efficienza e dell’efficacia, della scelta dei manager e dell’accesso ad atti e documenti Civicum non ha finalità e interessi di natura politica. Perciò confermiamo il nostro augurio di buon lavoro al nuovo Governo nello stesso spirito, indipendente e neutrale, con cui lo avevamo preannunciato alla vigilia delle elezioni a chiunque avesse vinto. Ma confermiamo con altrettanta franchezza le nostre perplessità di fronte al problema della trasparenza nella Pubblica Amministrazione, che pure è uno dei punti più dolenti della vita italiana, ignorato tanto nella campagna elettorale, quanto nelle linee programmatiche che la nuova formazione di palazzo Chigi lascia trapelare. E’ per questo motivo che, all’augurio, aggiungiamo come pro-memoria qualche approfondimento dei temi puntualmente indicati nell’appello pre-elettorale, affidandoli ad accademici di chiarissima fama, certamente fra i maggiori esperti italiani di pubblica amministrazione, membri del comitato scientifico di Civicum. Avevamo sollecitato l’accesso agli atti della pubblica amministrazione con l’eliminazione, anche alla luce delle esperienze straniere più avanzate, delle ingiustificate restrizioni al diritto di informazione imposte dalla normativa attuale e su questo delicatissimo argomento si pronuncia il professor Gregorio Arena, ordinario di Diritto Amministrativo dell’Università di Trento. La ineludibile esigenza di misurare efficacia ed efficienza dell’azione pubblica, anche con una valutazione esterna e indipendente, mediante un riscontro sistematico fra obiettivi, costi e risultati effettivi, viene sostenuta e dimostrata dal professor Giovanni Azzone, ordinario di Sistemi Controllo Gestione e Pro-Rettore del Politecnico di Milano. Sulla vecchia e irrisolta questione delle nomine pubbliche – dai colossi nazionali e intercomunali alle piccole partecipate delle municipalità minori, dai grands commis dell’alta burocrazia ai manager delle aziende sanitarie locali – abbiamo chiesto nel nostro appello pre-elettorale la definizione di regole e criteri oggettivi, controllabili dai cittadini, e ci conforta nella fondatezza della richiesta l’ampia e minuziosa analisi di un grande esperto della materia: il professor Bruno Dente, ordinario di Analisi delle Politiche Pubbliche del Politecnico di Milano. La chiarezza dei conti era naturalmente il perno del nostro appello: Civicum ritiene che la trasparenza dei bilanci sia alla base del buon rapporto fra cittadini e istituzioni, del risparmio indispensabile sulla spesa corrente di tutti gli enti pubblici e quindi di un auspicato abbassamento – almeno sulla media europea – della pressione fiscale. Dunque a questo specifico tema sarà riservato l’approfondimento che apparirà nella prossima edizione della newsletter insieme con un’intervista dedicata a un altro delicato argomento della spesa pubblica: gestione, conti e regole delle “controllate”.

Intervento da Napoli: Devoluzione non punizione

feb 28th, 2008 • Categoria: Comuni, Conti pubblici, Servizi generali

Regole chiare che diano a territori virtuosi pari risorse economiche dei territori ricchi, scrive il giornalista Marco Esposito. Federalismo fiscale come incentivo all’efficienza

Pubblichiamo molto volentieri questo intervento di Marco Esposito sui trasferimenti di entrate fiscali dallo Stato alle città di Napoli e Milano. Responsabile del settore economia de “Il Mattino”, il più diffuso quotidiano napoletano, Marco Esposito è giornalista e studioso particolarmente attento ai temi della fiscalità e della finanza locale, ai quali ha dedicato il libro “Chi paga la devolution”, edito da Laterza.


L’intervento di Esposito è un interessante contributo al dibattito sui criteri dei trasferimenti fiscali dallo Stato ai Comuni, che Civicum ha aperto con l’articolo del presidente Federico Sassoli de Bianchi sulla newsletter n. 24. In esso veniva posto, senza alcuna valutazione di merito, un interrogativo: perché nel 2006 Napoli ha ricevuto dallo Stato trasferimenti di 561 euro per cittadino e Milano invece di 65, cioè oltre otto volte di meno?

Un divario che si esprime con un rapporto di 8 a 1 merita qualche approfondimento. Ringraziamo Marco Esposito per il primo contributo che ci offre e mettiamo la newsletter di Civicum a disposizione di chiunque altro volesse fornirne di nuovi, confermando l’impegno di continuare le nostre ricerche e di tener fede alle parole che chiudevano il commento del presidente di Civicum: “Vi faremo sapere”.

di MARCO ESPOSITO

"I cittadini sono uguali davanti alla legge, ma non per le casse dello Stato" scriveva Federico Sassoli De Bianchi per commentare il confronto tra i bilanci comunali. Il confronto però dice che, almeno in questo, i cittadini di Roma, Milano, Napoli e Torino sono uguali visto che costano tutti 1.300 euro. Sassoli de Bianchi si stupisce però fin dal titolo dell'editoriale che per raggiungere tale obiettivo di 1.300 euro uguali in tutti i comuni i trasferimenti statali siano a Napoli otto volte superiori che a Milano. Come se non fosse ovvio che dove c'è più ricchezza c'è anche maggiore gettito fiscale locale e quindi minore necessità di sostegno da parte delle casse statali.

L'argomento è troppo serio, e il lavoro di Civicum troppo importante, per cavarsela con una battuta. Certo, a Napoli l'evasione fiscale è più alta che altrove.
Sicuro: il comune non fornisce servizi al livello delle risorse che gestisce. E ciò fa giustamente rabbia a Milano come sotto il Vesuvio.

Per l'inefficienza del mio comune e della mia regione sono punito: pago addizionali Irpef, Irap e sui carburanti più alte che in Lombardia ed è giusto che sia così perché non ho saputo scegliere amministratori capaci. Non accetto però punizioni strutturali, eterne, perché non colpirebbero me ma i miei figli. Per i quali vorrei in prospettiva una scuola e un'assistenza sanitaria di livello italiano e non "napoletano".

Nella scrittura delle regole del federalismo fiscale, attese dal 2001, non può esserci a mio parere la punizione eterna di una parte d'Italia verso un'altra ovvero la regola che i servizi pubblici devono esser proporzionati non al numero dei cittadini ma al conto in banca. Si deve puntare a un meccanismo che spinga ciascun territorio a essere più efficiente.

Regole che diano a territori virtuosi le medesime risorse economiche dei territori ricchi.
Belle parole? Non credo. E faccio un esempio per capirsi. Nel 2000 la miopia del Sud e l'egoismo del Nord portarono a un decreto (il numero 56) che fotografava la distribuzione delle risorse esistente e gradualmente, in tredici anni, spostava meccanicamente soldi dal Sud al Nord riducendo la perequazione. Ma aveva senso togliere risorse nella medesima misura alla Puglia che aveva avviato un piano di ristrutturazione della sanità e alla Campania che non aveva fatto nulla di simile? Fatto sta che appena il decreto del 2000 cominciò ad avere i suoi effetti, la sua rigidità provocò la reazione del Sud tutto, con il conseguente congelamento del 56. Ben diverso sarebbe un sistema che desse al Sud denaro in proporzione ai costi standard dei servizi (e non alla spesa storica) e che legasse la perequazione a un ragionevole rientro da inefficienze come l'evasione fiscale.

Proviamo insomma a utilizzare il federalismo fiscale per spingere i territori a essere più efficienti e a recuperare competitività. Abbandonando l'idea che il federalismo sia un modo per dare più risorse ai territori che producono maggiore ricchezza. Sgombriamo quindi il campo da informazioni "clamorose" come un'inesistente vittoria di Napoli su Milano per 8 a 1. Perché l'obiettivo di tutti è che la partita "per uno stato più efficiente" tra Napoli e Milano finisca ogni anno 1 a 1.

Convegno Civicum sulle “Controllate”

feb 28th, 2008 • Categoria: Comuni, Conti pubblici, Servizi generali

COMUNI AZIONISTI Ecco chi perde e chi guadagna VEDIAMO PERCHÈ

Presentato il prossimo 5 marzo a Milano lo studio di Mediobanca sui bilanci delle Società “controllate” Governance e investimenti delle Public Utilities: è il tema del convegno che si svolgerà a Milano, il 5 marzo (inizio alle ore 9,30), presso la sala conferenze della Camera di Commercio, in via Meravigli 9/b, per la presentazione della ricerca realizzata dall’Ufficio Studi di Mediobanca “Le Società controllate dei maggiori Comuni italiani: BILANCI”, edizione 2008.

Detto così, potrebbe sembrare un convegno per economisti, specialisti di bilanci e studiosi della materia, invece si tratta di un argomento vicinissimo agli interessi dei cittadini, soprattutto alle loro tasche. Le società controllate sono quelle imprese che hanno natura privata di SpA, ma azionisti – tutti o in maggioranza – di natura pubblica: cioè i Comuni. Le loro caratteristiche più evidenti sono due.

Prima: i cittadini sono nello stesso tempo fruitori (come utenti) dei loro servizi e azionisti indiretti (come contribuenti). Seconda: la loro gestione ha la libertà delle società private (scelta degli amministratori, assunzioni, acquisti eccetera), ma le loro eventuali perdite richiedono l’intervento delle casse pubbliche (contributi, sussidi, ripianamenti). Due caratteristiche che rendono le controllate meritevoli di attenzione e trasparenza, nell’interesse dei cittadini. Tanto più, in quanto le dimensioni economiche di molte controllate superano di gran lunga quelle dei Comuni che le controllano.

Indicazioni significative

Al tema della governance delle controllate Civicum ha già dedicato uno studio con la proposta di una formula elaborata dal gruppo di esperti composto da Fulvio Coltorti, Francesco Giavazzi, Giulio Sapelli e Marco Vitale. Tuttavia, intende mantenere costantemente viva l’attenzione sulla materia con l’annuale analisi dei bilanci delle maggiori controllate dei sei maggiori Comuni italiani, realizzata da Fulvio Coltorti e Gabriele Barbaresco dell’Ufficio Studi di Mediobanca. Una ricerca sintetizzabile, al di fuori del rigoroso lessico dei tecnici, in questo schema: i Comuni azionisti, chi guadagna, chi perde e perché. Detta così, non solo gli economisti, ma tutti i contribuenti avranno qualche buona ragione per incuriosirsi e leggere. Leggere anche i resoconti del convegno che, introdotto da Federico Sassoli de Bianchi, presidente di Civicum avrà dopo la presentazione dello studio da parte di Gabriele Barbaresco, un intervento di Andrea Boitani, professore di economia politica presso l’università Cattolica di Milano. Seguirà la tavola rotonda, coordinata da Mario Camozzi, fondatore promotore di Civicum, con la partecipazione di Elio Catania (presidente e ad ATM), Giancarlo Guiati (pres. GGT), Andrea Mangoni (ad Acea), Alfredo Mazzei (v.pres. CTP) e Raffaele Morese (pres. Trambus). L’evento è sponsorizzato dalla Acea di Roma, GTT – Gruppo Torinese Trasporti, CTP –Compagnia Trasporti Pubblici di Napoli e Metronapoli. Ecco infine, alcune indicazioni – significative e talvolta sorprendenti –ricavate dall’analisi dei bilanci delle maggiori controllate dei maggiori Comuni italiani.

In portafoglio di 6 Comuni: le azioni di 407 società Il parco delle società controllate dai Comuni costituisce una delle realtà più importanti dell’economia e finanza italiane. Bastano poche cifre per averne una dimensione. I sei maggiori Comuni italiani Bologna, Brescia, Milano, Napoli, Roma e Torino) controllano 341 imprese, 230 delle quali dipendenti dalle quattro big quotate in borsa: A2A, Acea, Hera e Iride. Aggiungendo le partecipazioni di minoranza in altre 66 imprese, risulta che sei Comuni hanno in portafoglio 407 società. Le prime 47 spendono fra tutte oltre 16 miliardi di euro (+19% dal 2005 al 2006), che è più del doppio d quanto spendono i sei Comuni per le attività dirette (7,8 miliardi di euro, -3% nello stesso periodo).

In maggioranza trasporti locali, ma anche p.r. e restauro film I settori tradizionali delle società “controllate” comunali sono il trasporto pubblico locale, la distribuzione dell’acqua, la produzione e/o distribuzione di elettricità e gas, la gestione dei mercati comunali e in due casi la gestione degli aeroporti (la milanese SEA è però l’unica a maggioranza assoluta comunale). Tuttavia non mancano le attività inconsuete: il Comune di Torino controlla, per esempio, una società di pubbliche relazioni e quello di Bologna una società di restauro cinematografico.

Ottimo investimento, se bene amministrate Sono un buon investimento le controllate comunali? La risposta è: se bene amministrate, sì, sono un ottimo investimento. Vediamo perché. Il capitale sociale delle controllate (4,7 miliardi di euro) e gli investimenti nelle partecipazioni di minoranza (223 milioni di euro) portano a un “nominale” complessivo di quasi 5 miliardi di euro. Ma il valore delle società quotate, secondo i listini fine 2007, era di 7,6 miliardi e quello delle non quotate (valore del patrimonio netto a fine 2006) era valutabile in 3,5 miliardi di euro: totale, circa 11,1 miliardi di euro. Pur tenendo conto del ribasso subito dalla Borsa in questi due mesi (Napoli non ha controllate quotate), il valore complessivo sarebbe comunque intorno ai 10,5 miliardi. Ed ecco la classifica della ricchezza comunale in miliardi di euro: - Milano 3,8 (ante fusione Aem-Asm) - Brescia 2,9 (ante fusione Aem-Asm) - Roma 2,3 - Torino 1,2 - Bologna 0,6 - Napoli 0,5

Il cittadino bresciano è “l’azionista” più ricco Il cittadino di Brescia è “l’azionista” più ricco. Dividendo il valore delle società controllate per il numero degli abitanti si ricava questa classifica della ricchezza “azionaria” di ogni cittadino in euro (circa): - bresciano 15.000 - milanese 2.900 - bolognese 1.500 - torinese 1.300 - romano 900 - napoletano 500

Il segreto di Brescia? Pochi amministratori E’ vero che meno amministratori ci sono e meglio si amministra? Secondo le cifre delle controllate comunali, sembrerebbe di sì. I consigli di amministrazione delle controllate di Brescia – che risultano le più brillanti – sono mediamente costituiti di 7,2 persone, cioè un po’ meno della media generale di 7,7 che si ricava dividendo i 488 fra amministratori e sindaci per 63, che è il numero delle loro amministrate. I board più affollati sono quelli delle controllate di Bologna (8,3) e di Roma (8,2).

Milano fa rendere di più le “risorse umane” Dai bilanci del 2006 si ricava un fatturato aggregato delle controllate comunali (ricavi più contributi e sussidi) pari a 17,3 miliardi di euro, dei quali quasi due miliardi costituiti da contributi e sussidi. I dipendenti complessivi sono 79.141. Ai fini di una valutazione dei costi e dell’efficienza, appare interessante vedere come varia da città a città il rapporto fatturato/dipendenti, in percentuale sui valori complessivi: (Dipendenti - Fatturato) - MILANO 30% - 50% - ROMA 40% - 20% - BRESCIA 4% - 12% - TORINO 13% - 11% - BOLOGNA 4% - 3% - NAPOLI 11% - 3%

Da notare a parità (o quasi) di fatturato la sproporzione dei dipendentiNapoli-Bologna e Brescia-Torino.

Trasporti: a Napoli Il primato dei contributi Al settore dei trasporti pubblici locali (TPL) va lo scudetto del campionato dei contributi e sussidi: ne percepisce 1,3 miliardi di euro. Avendo non una ma tre società per il trasporto pubblico, Napoli riceve per questo servizio sussidi e contributi ammontanti a 214 milioni di euro, che costituiscono oltre il 79% del fatturato complessivo delle tre società. Percentuale che è in realtà il 90% dei ricavi, se si tiene conto che – nonostante i sussidi – l’esercizio del sistema napoletano perde 28 milioni di euro. Non è più efficiente il sistema romano del trasporto pubblico che, sommando i 518 milioni di contributi ai 132 di ripianamento perdite, ottiene un “aiuto” pubblico di circa 650 milioni, pari all’80% circa dei ricavi. Ma ecco la classifica degli “aiutini” pubblici al settore trasporti locali in rapporto (circa) al fatturato aggregato: - Napoli 90 % - Roma 80 % - Bologna 60 % - Torino 60 % - Milano 47% - Brescia 43%

Solo il Comune di Napoli perde con le controllate Soltanto il Comune di Napoli non riesce a guadagnare con le società controllate: le sue società sono in perdita già a livello operativo e alla fine perde 70 milioni di euro, pari al 12 % del fatturato. Gli altri cinque Comuni hanno portato a casa nel 2007 (bilanci 2006) i dividendi secondo questa classifica in milioni di euro: - Milano 248,4 - Brescia 83,1 - Roma 59,5 - Torino 14,0 - Bologna 12,2 E’ da notare che il boom di Milano è dovuto in gran parte al dividendo – il maggiore in valore assoluto – della SEA, ammontante a 194 milioni di cui 169 da distribuzione riserve.

A Roma Atac e Trambus costate 2,4 mld in 3 anni Le maggiori perdite nel quadriennio 2003-2006 sono state registrate nel settore trasporti locali di Roma e di Napoli. A Roma nel quadriennio l’Atac ha perso 489 mln e Trambus 14,4. Sommando alle perdite i contributi e i sussidi, si ricava che l’onere complessivo del trasporto pubblico romano è stato, nel periodo, di 2,4 miliardi di euro. A Napoli l’ANM ha perso nel quadriennio 25,3 milioni di euro e la CTP 138,1. L’onere pubblico complessivo, calcolando contributi e sussidi, è stato di 1,2 miliardi di euro. Una perdita di 74,2 milioni di euro è stata totalizzata nel quadriennio anche dalla Asia, la società per il settore ambientale del Comune di Napoli.

Atm, Arin e Brescia Mobilità accantonano anche riserve Le controllate virtuose riescono non solo a distribuire dividendi, ma anche ad accumulare liquidità che generano ulteriori rendite. La liquidità complessiva del sistema delle controllate ammonta a circa 1,65 mld euro, dei quali 700 mln stanno a Milano (400 mln sono della ATM), 317 a Brescia e 223 a Roma. Altre consistenti riserve sono della Arin – società distribuzione idrica di Napoli – che ne vanta per 102 mln e alla Brescia Mobilità per 74,4 mln. Questi “gruzzoletti” hanno reso nel 2006 14,6 mln ad ATM, 4,6 mln ad Arin, 2,8 mln a Brescia Mobilità.

Governance e investimenti delle pubblic utilities

feb 15th, 2008 • Categoria: Comuni, Conti pubblici, Servizi generali
Il 5 marzo nuovo appuntamento alla Camera di Commercio di Milano per la ricerca dell’Ufficio Studi di Mediobanca sui bilanci delle società controllate dai maggiori Comuni italiani Dopo la ricerca – seguita con grande interesse da economisti e media - su costi, qualità ed efficienza delle società controllate dai Comuni di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Brescia, Gabriele Barbaresco e Fulvio Coltorti dell’Ufficio Studi di Mediobanca presenteranno il 5 marzo la ricerca sui relativi bilanci. In particolare, saranno messi a fuoco due aspetti fondamentali: la governance e gli investimenti. Il tema della governance delle public utilities Civicum è già stato oggetto di studio da parte di Civicum, che ha promosso una proposta di governance per le società a controllo comunale, elaborata da un gruppo di esperti costituito da Fulvio Coltorti, Francesco Giavazzi, Giulio Sapelli e Marco Vitale. Tavola rotonda Una proposta che prevede fra l’altro l’adozione di un sistema dualistico, quale principale strumento per favorire una gestione efficiente e una procedura trasparente per la nomina dei responsabili delle società controllate. Ma l’estrema attualità del tema richiede un approfondimento della questione, che è sul tappeto tutti i giorni e a tutti i livelli. Dopo un commento sulla ricerca del professor Andrea Boitani, ordinario di economia politica alla Cattolica di Milano, si svolgerà – coordinata da Mario Camozzi, fondatore promotore di Civicum – una tavola rotonda con la partecipazione degli amministratori di alcune controllate. Hanno già confermato la loro adesione Elio Catania, presidente di ATM Milano; Giancarlo Guiati, presidente di GTT, Torino; Andrea Mangoni, AD dell’ACEA, Roma; Alfredo Mazzei, vicepresidente di CTP, Napoli; Raffaele Morese, presidente di Confservizi e Trambus, Roma. Il convegno sarà sponsorizzato da ACEA Spa di Roma, CTP Spa – Compagnia Trasporti Pubblici di Napoli, GTT – Gruppo Torinese Trasporti Spa di Torino, e METRONAPOLI Spa di Napoli.