In carcere lavoro caro
di MONICA CALI
Sep 11th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Costume e Cultura, Giustizia, Istituzioni, Newsletter, Primo piano, Sicurezza
Con meno burocrazia si risparmia e si redime: la prova a Padova
L’aroma di vaniglia accompagna il mio ritorno. Non da una vacanza esotica, ma dal carcere “Due Palazzi” di Padova. Dove una squadra di detenuti-pasticceri sforna quotidianamente dolcissime leccornie che potete trovare nei migliori ristoranti e bar della città: a cominciare dal celebre caffé Pedrocchi, quello che “non chiude mai”. Sono così bravi che non vendono solo, vincono pure: il Piatto d’Argento dell’accademia della Cucina Italiana, ad esempio, con un panettone giudicato il migliore d’Italia.
Non sono una pasticcera. Neanche una detenuta. Frequento quel carcere come Giudice di Sorveglianza. E ho annotato alcune osservazioni, che mi sembra utile far conoscere: anche un carcere dev’essere “trasparente”, no? Bene, al “Due Palazzi” non si sfornano solo dolci. Ma anche valige per rinomate marche, gioielli per prestigiose griffe, manichini per la moda. Si pratica giardinaggio e si elaborano prodotti cartotecnici: ora, per esempio, quelli per i sette secoli della cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto.
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Non mancano le attività modernissime: come il secondo call center nazionale intramurario (il primo è a San Vittore) e il primo telemarketing e teleselling gestito in un carcere. Ovviamente i detenuti che possono uscire in permesso sono impiegati all’esterno: manutenzione del verde, pulizia civile e industriale, raccolta rifiuti, operazioni cimiteriali. Ma la prima che vale la pena di annotare è che, su 700 detenuti circa, soltanto un centinaio lavorano. Potrebbero essere di più. E sarebbe utile – per la società civile – che fossero di più.
E’ dimostrato che il lavoro ispira ai detenuti un sentimento di realizzazione personale, fondato tra l’altro su un nuovo rispetto proprio e altrui, oltre che una valutazione positiva di sé. Il lavoro “vero” favorisce inoltre – ed è questa l’osservazione più importane – la diminuzione del tasso di recidiva. Oggi è intorno all'80%. Cioè: ogni 10 detenuti che escono dalle carceri, 8 vi rientrano. E sapete perché? Perché, una volta in libertà, solo il 10% degli ex detenuti trova lavoro. Chi non vi riesce, cioè il 90% ripiomba, per sopravvivere, nella illegalità. Fenomeno confermato da un’indagine sui detenuti-lavoratori del “Due Palazzi” di Padova: il loro tasso di recidiva scende al 15%, negli ultimi anni e recentemente monitorato al l’1%. Pensate: se questo fosse il tasso di recidiva nazionale, avremmo 5.800 detenuti in meno e lo Stato risparmierebbe 510 milioni di euro all’anno.
Se non si riesce a recuperarlo alla società, il detenuto quando esce torna a delinquere peggio di prima. Ogni detenuto costa alla società 300 euro al giorno, il sistema carcerario costa 6 miliardi di euro l'anno. Puntare alla rieducazione dei detenuti, anche con lo strumento del lavoro, non è questione di buonismo, ma è una via conveniente economicamente e socialmente. La mia esperienza di quindici anni di Sorveglianza mi fa guardare a Padova, come a una esperienza eccezionale, con pochi altri esempi in Italia.
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Su più di circa 55.000 detenuti, 12.000 lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (come spesini, scopini, portavitto, un tipo di lavoro “strumentale”, che ha innanzitutto il fine di sottrarre all’inattività i detenuti e si concretizza per lo più come attività routinaria svolta a rotazione). Meno di 650 svolgono un lavoro “vero”, alle dipendenze di Imprese sociali o aziende private.
Perché così pochi? I primi ostacoli arrivano proprio dall’ordinamento penitenziario. L’accesso al lavoro (e dunque al trattamento) è interdetto a certi detenuti che non hanno finito di espiare condanne per reati molto gravi o le cui pene superano certi limiti in termini di anni. Inoltre non può lavorare chi è detenuto in attesa di primo giudizio. Mentre non appare conveniente far lavorare chi deve scontare una pena molto breve (sei, otto mesi): sarebbe troppo costoso e inutile, visti i tempi di formazione, avviamento eccetera.
La burocrazia trova in carcere la sua massima espressione. Occorre imparare linguaggi, logiche, percorsi del Ministero della Giustizia, dell’Amministrazione Penitenziaria, dei Servizi Sociali, delle Amministrazioni locali. Bisogna conquistarsi la fiducia di istituzioni (Banche , Casse di Risparmio) che finanzino i progetti di lavoro e riconoscano un’impresa come valida interlocutrice del mondo del carcere. Senza queste reti, ogni intervento diventa marginale, rischia di essere tempo perso.
Oltre ai limiti imposti dall’attuale legge, le aziende sono scoraggiate dall’intraprendere simili iniziative, perché “dare lavoro al carcere” potrebbe rivelarsi molto dispendioso in termini economici e di tempo. Risulta arduo e anche costoso dover osservare proprio in carcere (spesso trattasi di strutture fatiscenti, vecchie e obsolete) normative quali la 626 e il controllo di qualità.
Dare lavoro “vero” ai detenuti non è come darlo a un cittadino libero: costa tempo, fatica e denaro. Parliamo di soggetti che quasi sempre nella vita hanno vissuto di espedienti, non conoscono regole, orari, gestione del tempo lavorativo, gestione dei tempi di lavorazione. Tra assicurazione, vitto e un minimo di retribuzione, siamo a circa 150 euro al giorno, se non di più. E il tempo della formazione è lungo. Queste persone devono diventare autonome (spesso l’uscita dal carcere è vissuta come un incubo: tante esigenze spicciole, tipo procurarsi i documenti, libretti sanitari, libretti di lavoro, e senza soldi tutto diventa più difficile). La cosa più difficile per un detenuto che si accinge ad uscire è proprio quella di iniziare un primo lavoro.
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Ai costi si aggiungono le procedure. Far lavorare un detenuto implica passaggi impensabili nei normali cicli produttivi, che allungano tempi e appesantiscono ancor più i costi. Pensiamo, per esempio, al lavoro straordinario degli agenti di custodia che devono piantonare i detenuti durante le lavorazioni in carcere, al mantenimento di un ufficio sociale che dialoghi con la direzione e gli educatori, il tempo imposto dagli inevitabili controlli di sicurezza (quali operazioni di ingresso e di uscita).
Così le spese generali diventano altissime e i tempi di lavorazione non si adattano alle esigenze delle aziende private. E’ vero che la Legge Smuraglia con la defiscalizzazione e il credito d’imposta ha reso più basso il costo del lavoro carcerario, ma i suoi costi aggiuntivi e indiretti sono tali da non poter essere coperti da queste agevolazioni.
Allora, non resta che arrendersi? No, credo che sia possibile migliorare la situazione. Come magistrato di sorveglianza, ritengo auspicabile una riforma dell’ordinamento penitenziario che semplifichi il sistema dei benefici di legge (oggi molti e sovrapponibili), snellendo le procedure per l’ammissione al lavoro dei detenuti e consentendo a più soggetti di poter usufruire di questa opportunità.
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Reputo inoltre necessario spostare il peso della formazione su “imprese sociali” non condizionate da esigenze di mercato e di profitto, ma dedicate solo all’addestramento di detenuti-lavoratori. Penserei a compagnie no profit, aderenti per definizione a modelli organizzativi e culturali che producono servizi di qualità coniugandoli con scopi umanitari. E non tralascerei la strada dell’agevolazione fiscale, come incentivo per le aziende private, per la collaborazione con l’Amministrazione Penitenziaria.
Il carcere di Padova propone un modello positivo che ha avuto anche un chiaro riconoscimento da parte di UE e ONU, in occasione di una giornata dedicata alla presentazione di Squisito, la rassegna enogastronomica internazionale promossa dalla comunità di San Patrignano. L’esperienza padovana è stata salutata come un esempio concreto di sussidiarietà applicata, proveniente dal carcere, che può contribuire in modo determinante a risolvere il problema della sicurezza, che merita di essere esportato.
Tutta Europa ha un problema di Giustizia, in tutta Europa esiste il problema di una recidiva che sfiora il 90%. E’ necessario dunque attingere a progetti positivi, come questo del carcere di Padova, non ancora riscontrabile, in questa formula, negli Istituti di pena europei. D’altronde, è l’organizzazione del sistema carcerario che misura il livello di democrazia di un paese.