Sono 42.000 gli edifici scolastici a carico di Comuni e Province, sono 850 i Comuni sedi di uffici giudiziari: praticamente impossibile sommarne gli oneri ai budget per gli stipendi
Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha reso noto qualche mese fa che circa il 97% del budget del suo ministero è assorbito dalle retribuzioni del personale. Improbabile che il restante 3% sia sufficiente per mantenere e gestire tutta l’edilizia scolastica ammontante, secondo la specifica “anagrafe”, a circa 42.000 immobili. Compreso quello del liceo Darwin di Rivoli (Torino), dove è venuto giù un controsoffitto e il pesante tubo di ghisa che vi era adagiato ha ucciso uno studente diciassettenne e ferito altri. Sull’episodio indaga la magistratura. Sullo scenario, che dichiarazioni ministeriali e tragedia torinese aprono, qualcosa merita di esser chiarito, per dovere di trasparenza, ai tanti cittadini che ne sanno meno di nulla.
A prima vista si constata che, essendo tutt’altro che semplice calcolare costi e oneri dei 42.000 immobili di tutta l’edilizia scolastica, diventa praticamente impossibile stabilire quanto ancora debba essere aggiunto a quel 97% del budget ministeriale assorbito dalle retribuzioni, per arrivare al vero totale che l’Italia spende ogni anno per la voce “Istruzione”. E’ una situazione analoga a quella della voce “Giustizia”, per la quale bisogna aggiungere, al budget assorbito dalle retribuzioni al personale dipendente dal ministero, gli oneri e i costi dell’edilizia giudiziaria e penitenziale gravanti sulle tasche dei contribuenti attraverso altre amministrazioni. Anche in questo caso alla domanda “quanto ci costa fare giustizia?” è praticamente impossibile dare risposta.
Ufficialmente, la ragione per la quale quasi tutti gli edifici scolastici non gravano sul ministero dell’Istruzione e gran parte di quelli giudiziari non gravano sul ministero della Giustizia è attribuita a un criterio di decentramento e di territorialità. Un criterio che tuttavia – come le cronache troppo spesso confermano – non garantisce né uniformità né efficienza e comunque impedisce un effettivo controllo della spesa pubblica per i settori interessati. Purtroppo anche decentramento e territorialità – due modalità che dovrebbero portare chiarezza – finiscono per contribuire drammaticamente alla opacità della spesa pubblica. Vale la pena di capire come e perché accada.
Nel gennaio 1996 la legge n.23/96 fissa nuove norme per l’edilizia scolastica, stabilendo che: “In attuazione dell’articolo 14, comma 1, lettera i), della legge 8 giugno 1990, n.142, provvedono alla realizzazione, alla fornitura e alla manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici: a) i comuni, per quelli da destinare a scuole materne, elementari e medie; b) le province, per quelli da destinare a sede di istituti e scuole di istruzione secondaria superiore, compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, di conservatori di musica, di accademie, di istituti superiori per le industrie artistiche, nonché di convitti e di istituzioni educative statali. Comma 2. In relazione agli obblighi per essi stabiliti al comma 1, i comuni e le province provvedono altresì alle spese varie di ufficio e per l’arredamento e a quelle per le utenze elettriche e telefoniche, per la provvista dell’acqua e del gas, per il riscaldamento ed ai relativi impianti”.
E se comuni e province non lo fanno? Niente di grave, nessuna denuncia: si scala semplicemente di responsabilità. All’art.4, comma 9, la legge chiarisce: “Qualora gli enti territoriali non provvedano agli adempimenti di loro competenza, provvedono automaticamente in via sostitutiva le regioni o le province autonome di Trento e Bolzano, in conformità alla legislazione vigente. Decorsi 30 giorni, in caso di inadempienza delle regioni o delle province autonome di Trento e Bolzano, provvede automaticamente in via sostitutiva il commissario del Governo”. Ecco un esempio classico di deresponsabilizzazione legale delle istituzioni: in caso d’inadempienza, provvede in sostituzione il grado superiore o, nella peggiore delle ipotesi, c’è il commissariamento. E’ la tecnica del potere a rischio zero.
La vecchia legge degli enti locali n.142/90 viene sostituita nell’estate del 2000 dalla n.267 intitolata “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”, ma la legge sull’edilizia scolastica n.23/96 rimane intatta. Fra i suoi buoni propositi è andata avanti, intanto, la realizzazione di una “Anagrafe dell’Edilizia Scolastica”, depositata presso il ministero competente. Opera preziosa, ma non risolutiva. Sapere che ci sono migliaia di edifici scolastici non a norma, non significa stanziare subito i fondi per metterceli. E sapere che a Rivoli (Torino) un vecchio seminario è stato adibito a sede del liceo Darwin non significa essere al corrente che certi suoi controsoffitti sono in laterizi e qualcuno contiene un pesante tubo in ghisa.
Impegnati sul fronte della trasparenza della spesa pubblica non solo come cittadini contribuenti, ma anche come operatori specifici della chiarezza, anche gli addetti ai lavori giudiziari hanno qualcosa da dire su un assetto – i palazzi di giustizia appartenenti in gran parte ai comuni – che risale addirittura al 1941, quando l’Italia era un regno e il governo fascista l’aveva portata in guerra al fianco di Hitler. Il tema dell’edilizia giudiziaria è stato affrontato ben prima che calcinacci e lastre crollassero, per fortuna di notte, all’interno del palazzo di Giustizia di Milano.
Il sito ministeriale www.giustizia.it riporta un intervento di Gabriella Pergola, direttore generale delle Risorse Materiali, dei Beni e Servizi, in cui si legge tra l’altro:
“La maggioranza dei Palazzi di Giustizia italiani sono di proprietà comunale, mentre sono demaniali gli edifici giudiziari di Roma e i Palazzi ‘storici’ di alcune città come Palermo, Milano, Catania, Bari, Cagliari, Firenze, Messina, Trento, Salerno, Reggio Calabria. Pertanto, visto il numero esiguo di edifici demaniali rispetto agli oltre 2000 immobili sedi giudiziarie, l’attività in materia di edilizia giudiziaria si svolge principalmente in collaborazione con i Comuni. Infatti dal 1941 in poi sono i Comuni ad essere direttamente responsabili delle sedi giudiziarie, nel senso che debbono fornire locali idonei dove amministrare la Giustizia. Cosicché una tipica funzione dello Stato centrale viene svolta all’interno di strutture messe a disposizione dai Comuni e sono i Comuni, sede dell’Ufficio giudiziario, ad anticipare le spese di gestione e funzionamento dei locali; spese che vengono rimborsate successivamente in percentuale a seconda dello stanziamento del bilancio statale”.
A parte la nebulosità di questo rimborso parziale e variabile, sia sui tempi di quel vago “successivamente”, sia sull’entità di quello “a seconda dello stanziamento”, sembra opportuno ricordare che sono 850 i comuni italiani sedi di uffici giudiziari. E che il dissesto finanziario del comune di Napoli era così inquietante fin dal 1994, che il ministero di Giustizia – anche su sollecitazione del procuratore generale Agostino Cordova, che non gradiva sentirsi inquilino dell’amministrazione comunale partenopea – sollecitò la legge n.102/94 per l’istituzione di un “Ufficio Speciale” che assumesse direttamente la gestione dell’edilizia giudiziaria napoletana.
Bastano questi pochi flash sull’assetto dell’edilizia scolastica e giudiziaria per capire che, nei molto confusi conti del nostro Stato, non siamo in grado di stabilire con ragionevole approssimazione quale sia l’effettivo costo “tutto compreso” dell’Istruzione e della Giustizia. Per di più, ogni confronto con gli altri paesi europei è reso impossibile dalla sostanziale eterogeneità dei nostri schemi. Per confrontarci, e avere dunque una misura dei nostri sperperi, o della nostra miseria, dovremmo omologare certi nostri servizi fondamentali, come istruzione e giustizia, a quelli dei più vicini partner Ue. Ma è dubbio che il “sistema Italia” voglia rinunciare a certe sue redditizie “specificità”. Forse non è un caso che il coinvolgimento delle Province nell’edilizia scolastica avvenga proprio quando, a metà degli anni Novanta, si comincia a metterne in dubbio l’utilità, visto che a presidiare il territorio sono arrivate da oltre vent’anni le Regioni. Honny soit qui mal y pense…