Giulio Sapelli: “Un nuovo nemico ci insidia”
di ODILE ROBOTTI
Feb 20th, 2009 • Categoria: Newsletter, Primo piano, Varie
E’ il neo-capitalismo che, secondo l’economista, minaccia di trasformare gli interventi pubblici da soccorso in trappola.
Negli ultimi tempi siamo stati così sommersi da articoli e libri sulla crisi economica mondiale da essere indotti a cercare rifugio nella cosiddetta letteratura di evasione. Ciò nonostante, consiglio egualmente la lettura del libro di Giulio Sapelli (La Crisi Economica Mondiale – Dieci Considerazioni – 2008 Bollati Boringhieri editore, 7 euro) perché fa riflettere su come la crisi economica abbia influenzato il rapporto fra politica ed economia e perché mette in guardia dalle possibili conseguenze di questo mutamento di equilibrio.
Giulio Sapelli ricerca anzitutto le cause della crisi economica. La prima citata è la progressiva finanziarizzazione dell’economia, accusata di aver spostato importanti quote di capitale da profitto a rendita. Segue, nell’elenco di Sapelli, la corruzione che avrebbe impedito il funzionamento del mercato e creato le condizioni per l’affermazione di un modello di allocazione, basato su “consanguineità, fedeltà, affiliazione, deferenza e complicità” anziché su prezzi e meriti. Sapelli punta poi il dito sul meccanismo delle stockoption: inizialmente concepite come incentivi per allineare gli interessi del management e degli azionisti, esse sarebbero diventate nel tempo rendite di posizione con chiari effetti distorcenti. I top manager “stockopzionisti” (così battezzati per aver privilegiato nel governo aziendale scelte volte a massimizzare i propri guadagni da stockoption) – favoriti da una governance compiacente, da regole contabili insufficienti a garantire la trasparenza e da un sistema nel complesso connivente – avrebbero progressivamente aumentato la propria auto-referenzialità, fino ad attuare un vero e proprio “colpo di stato” plutocratico. Le loro manovre finanziarie spericolate sarebbero state la causa scatenante della crisi di fiducia dei mercati da cui tutto è partito.
Veniamo ora alle conseguenze. Quando il sistema finanziario è entrato in crisi, l’intervento dello Stato non è stato accolto senza critiche e polemiche perché equivaleva a trasformare in “pubbliche” le perdite dopo anni di guadagni “privati”. Le voci contrarie si sono però affievolite, quando la crisi si è aggravata facendo saltare aziende e posti di lavoro e minacciando di travolgere l’economia reale. La partecipazione dello Stato nell’economia, presentata all’opinione pubblica preoccupata e confusa come l’unica possibilità di evitare disastri definitivi, ha finito per assumere una connotazione rassicurante se non addirittura salvifica.
Così siamo arrivati alla situazione attuale (che forse è solo la fine dell’inizio), in cui importanti parti dei sistemi bancari sono nazionalizzate e lo Stato ha riconquistato molto dello spazio che le privatizzazioni di stampo liberista gli avevano sottratto. Sbandierate come l’unico rimedio ai malefici della crisi, le ingenti ricapitalizzazioni di banche e imprese da parte dello Stato hanno quindi sancito il trionfo della politica sull’economia.
Come evolverà la situazione? Ci piacerebbe che al liberismo mercatista degli ultimi vent’anni seguisse una forma più matura ed etica di liberismo, ammaestrato dall’esperienza dei propri errori. Secondo Sapelli, andiamo invece incontro al neo-patrimonialismo, cioè alla proprietà dei beni controllata dalla politica (secondo la definizione coniata dal sociologo israeliano Samuel Eisenstadt). Sapelli descrive il neo-patrimonialismo come una forma di capitalismo “senza mercato”, dove i confini tra politica ed economia si sfumano in una “confusione endemica tra patrimoni delle dinastie regnanti e patrimonio dello Stato”. Il neo-patrimonialismo, avverte Sapelli, porta a una gestione arbitraria della cosa pubblica ed espone a rischio di dilapidazione i beni dello Stato, con conseguente crisi fiscale.
Cosa fare dunque? Sapelli ci esorta a vigilare sulle classi politiche del nuovo millennio. Ben diverse dalle élite descritte da Pareto e da Mosca, le nuove classi politiche – dopo essere arrivate alla politica attraverso un percorso di carriera e non di vocazione – sarebbero ora “alla disperata ricerca di nuovi mezzi di sostentamento”. L’ultimo bene aggredibile – spiega Sapelli – è il territorio “che viene governato in base al consenso elettorale e non secondo il principio di efficienza e di servizio pubblico.”
Come uscirne? Secondo Sapelli bisogna scalzare lo “Stato infeudato dai partiti e dalle lobby neo-patrimonialiste” e promuovere lo Stato “della buona amministrazione, che proceda con legislazioni leggere e trasparenza gestionale…”. Aggiunge Sapelli: “Dobbiamo decidere tutti insieme…quale direzione imboccare per affrontare il futuro…Occorre un impegno di tutti, proporzionale alla responsabilità e alle competenze.”
Su queste ultime affermazioni non si può non essere d’accordo, mentre si potrebbe esprimere qualche riserva su alcuni dei giudizi molto duri espressi nel libro, frutto di qualche generalizzazione di troppo. Sapelli, però, ha il merito di ricordarci, in un momento in cui l’incertezza riguardo al futuro tende a spingerci verso un individualismo di sopravvivenza, che siamo tutti responsabili di vigilare sulla cosa pubblica. Siamo avvertiti: la crisi economica, avendo spalancato le porte a una maggiore presenza della politica nell’economia, aumenta il rischio che alcuni esponenti delle classi politiche, invece di limitarsi a regolare l'uso dei beni pubblici, li esproprino.
La trasparenza nei bilanci pubblici, che Civicum chiede da anni, è un formidabile strumento di prevenzione degli abusi paventati da Sapelli ed è, quindi, ora più che mai, un’idea il cui tempo è venuto.